20 gen 2022

Bepi de Marzi, mistico dei monti: "Vi racconto come è nato Signore delle cime"

Il compositore e musicista veneto: "La mia amarezza, abbiamo perso il senso del sacro". Il suo inno ha fatto il giro del mondo, dal circolo polare al Brasile

rita bartolomei
Cronaca
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Bepi De Marzi, 86 anni

Vicenza, 20 gennaio 2022 - Bepi De Marzi, 86 anni, musicista, compositore e direttore di coro. Noto in tutto il mondo per il più famoso canto di montagna, ’Signore delle cime’, tradotto in nove lingue: giapponese, greco, spagnolo, tedesco, inglese, francese, fiammingo e ancora finlandese e portoghese, “che emozione quando l’ho sentito cantare al circolo polare artico, nella cittadina di Rovaniemi.  E nel sud del Brasile, fino a Porto Alegre. Ognuno ci mette qualcosa di suo e io di questo sono felice. Chi la propone è come se la reinventasse, dev’essere così".
Si definisce "un mistico che cerca Dio nelle stagioni, nell’armonia del Creato, nell’eco senza fine delle montagne. Desidero sempre andare oltre ciò che si vede".
Maestro, per il 18 gennaio, quinto anniversario della strage di Rigopiano, 'Signore delle cime' è stato eseguito dal coro di Atri per le 29 vittime. Un momento di grande commozione.
"Mi ha colpito molto la tragedia di Rigopiano, l'insieme di coincidenze di quel giorno. Chi ha dato l'allarme non è stato creduto, poi i soccorsi...".

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Le sue liriche trasmettono un senso del sacro.
“Sono amareggiato dal fatto che proprio la nostra chiesa cattolica l’abbia perduto, per la fretta delle cerimonie, la banalità delle liturgie. Non c’è più la meraviglia quasi infantile del mistero“.
Qual è la storia di 'Signore delle cime'?
“Era il 1958, ho fondato un coro con un gruppo di amici, andavamo insieme in montagna a camminare. Mi hanno chiesto un canto per un loro compagno, morto qualche anno prima sotto una valanga, era il 1951. Era solo, voleva scattare fotografie. Di notte aveva nevicato, era primavera.  La slavina l’ha travolto in aprile. Ma lo hanno trovato solo alla fine di maggio, quando la neve si è sciolta. Lo hanno cercato per un mese e mezzo”.

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'Signore delle cime' mi è venuto così, senza tanto cercarlo. Uso sempre una frase dello scrittore Vincenzo Parise, che è di Vicenza, dove abito adesso. Dice, la poesia va e viene quando vuole. E non bisogna cercarla. Mi sono messo davanti alla tastiera del pianoforte e ho suonato. Ho pensato alle montagne, all’infinito, alla neve che amo molto, ho pensato di collegarla alla dolcezza della Madonna. Ho immaginato che questo amico fosse proprio oltre le galassie, nell’infinito. Ho pensato che gli concedessero le emozioni delle montagne di chissà dove, l’ho chiamato Paradiso”.
Inno eseguito per ricordare le vittime della montagna.
 "Una volta ero a Lipsia, suonavo organo e clavicembalo con i Solisti veneti. Era un sabato mattina, sono andato nella chiesa di Bach che amo tanto, la chiesa di San Tommaso. C’era un matrimonio, durante la cerimonia hanno suonato il 'Signore delle cime' con l’organo".
Che effetto le ha fatto?
"Ho telefonato a casa, ho detto, non solo nei funerali, anche nei matrimoni! Quel testo è come una preghiera, che non deve essere necessariamente legata a chi è morto. Ci sono le cime oltre le stelle, sarebbe bello poterle conoscere“.
Lei e le vette.

“Sono nato in una valle, le montagne sono a pochi chilometri. Lì cominciano le piccole Dolomiti, il Pasubio della Grande guerra. E altre montagne che ho cantato anche singolarmente poi“. 
Le vittime sono tante, la montagna tradisce?
“No, bisogna sempre pensare che noi andiamo a disturbare, quasi. L’imprudenza è sempre disturbo. Invece la bellezza va trattata con le carezze, non bisogna violentarla mai. Anzi, occorre dialogare“.
Decine di persone non si trovano più, restano disperse per sempre.
“Troppa confidenza con ciò che deve essere trattato con attenzione, invece“.
Portando su Rigopiano questo ragionamento: l’albergo non avrebbe dovuto essere costruito lì?
“Assolutamente no. Poi dietro avevano anche tagliato il bosco, era logico che con una nevicata abbondante sarebbe precipitato tutto".
'Signore delle cime' racconta amicizia, immenso, infinito, sacro.
“Il sacro sì. Qualcuno dice che sono molto legato al canto gregoriano, la massima espressione del misticismo. Credo nella dignità della liturgia, che vuol dire fare teatro per Dio, ecco come organizzo l’armonia per te”.
Invece?

"Oggi nelle chiese si corre, si ha fretta. Ho sempre desiderato il canto collettivo. Cantando si pensa, è come tenersi per mano. Così la sacralità supera gli strati dell’atmosfera e sale chissà dove.  Intimamente si fa silenzio, oppure si può cantare anche da soli. Ma il sacro è un’espressione collettiva che purtroppo la chiesa oggi sta dimenticando. Non siamo più educati a questa espressione generale che abbiamo ereditato dai nostri padri”.
Nella montagna ritrova il senso del sacro?
“La montagna, che è sempre nuova a seconda delle stagioni, è la perfezione del sacro. Perché noi dobbiamo cercare sempre la meraviglia. La montagna è meraviglia, il sacro è meraviglia perché non possiamo farlo nostro. Dobbiamo incantarci davanti al sacro. Stasera qui attorno a casa mia c’è molta nebbia e io m’incanto, la faccio diventare un’intenzione della natura. Amo molto le stagioni e quello che offrono“.
Il suo inno ha la stessa forza di quando lo ha composto, non sembra sentire l'età.
"Vero, l’ho ascoltato in tutti i modi. Veloce, più lento, pensato, con respiri, con tonalità mute, medie... Cantato solo da voci femminili, da bambini, da solisti, suonato... Dico grazie a chi lo sceglie”.
Commuove fino alle lacrime.
“Il canto muove la gola, muove il pensiero. Qualche volta addirittura viene il brivido di emozione anche a me“.

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