L’Aquila, 5 aprile 2019 - “Ogni ferita del genere è una questione nazionale: la mia presenza qui testimonia che la ferita di una comunità locale è una ferita della comunità nazionale. Abbiamo il dovere della memoria”. Cosi’ il premier Giuseppe Conte, in corteo nella fiaccolata del ricordo, a dieci anni dal terremoto del 6 aprile 2009. "Sono tante le persone che in questo momento rivivono una grande sofferenza, hanno perso tante persone care", ha sottolineato il presidente del Consiglio. Che ha incontrato gli uomini della Protezione civile. C'era anche il capo nazionale, Angelo Borrelli, che ha ricordato il lavoro no stop di quei giorni. Quando la macchina era comandata da Guido Bertolaso. Che prima dell'inverno aveva sistemato 15mila sfollati in appartamenti antisismici e altre migliaia di persone nelle casette di legno

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Ad essere onesti, nessuno sa davvero a che punto sia arrivata la ricostruzione pubblica all’Aquila, dieci anni dopo il terremoto. Esiste solo una stima prudenziale, quindi ottimistica: 35%. Questo, per dirla con un ingegnere dell’Usra - ufficio speciale ricostruzione -, carte alla mano, “è il fabbisogno programmato dagli enti, che però è in fase di completamento”. Perché sono loro a gestire le gare. Per dare un’accelerata, si spera in una semplificazione dei meccanismi. Intanto si fa una previsione: serviranno ancora 15 anni. Nessuna delle scuole danneggiate è stata ricostruita; lavori in corso solo nella primaria Mariele Ventre. I ragazzi in tutti questi anni sono andati a lezione nelle strutture provvisorie. Se invece chiedi allo stesso tecnico quante siano le case tornate abitabili, la percentuale sfiora il 48%. E questa è una sintesi certificata dallo stesso ufficio, che ha competenza  su quel settore e dipende direttamente dalla presidenza del Consiglio. Anche se il capo dell’Usra, l’ingegner Salvatore Provenzano, preferisce spiegarla così: “Siamo al 75% dei contributi concessi”.

Dieci anni dopo l’Aquila resta divisa a metà e  continua ad alimentare la polemica nata subito dopo il 6 aprile 2009, i 309 morti, i 70mila sfollati - oggi restano senza casa 4.200 famiglie -, la distruzione della città e dei borghi. In tanti ripetono: “Scontiamo ancora un giudizio politico su Berlusconi-Bertolaso. Solo dopo il sisma del centro Italia nel 2016 siamo stati rivalutati”. L’ingegner Provenzano ammette: “Non abbiamo saputo raccontare davvero quel che è stato fatto”. E guarda la chiesa di Santa Maria del Suffragio anzi per la gente delle Anime Sante, in piazza Duomo, pieno centro, riaperta il 6 dicembre con il presidente Mattarella. "Restaurare la cupola del Valadier è stato così complicato che neanche i giapponesi ci si raccapezzavano”, ricorda. Basta una camminata di qualche ora per rendersi conto che qui è tutto un alternarsi di gru, cantieri e silenzio, edifici finiti, lavori in corso, case che ancora devono essere abbattute.

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C’è l’Aquila città ma ci sono anche 56 borghi colpiti al cuore dalle scosse del 2009. Spiega Raffaello Fico, l’ingegnere che guida la ripartenza nel cratere. “La media della ricostruzione corrisponde al 30% ma è una percentuale fuorviante. Ci sono paesi al 60% dei lavori, che sono tornati a vivere, entro due anni torneranno abitabili. Poi, è vero, ci sono piccoli centri ancora molto indietro, lì siamo al 10%”. I segni del terremoto 2009 in Abruzzo dividono tutto a metà.