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Stefano centra il bersaglio "Così sono rinato"

Stefano Travisani, architetto milanese, rimase paraplegico dopo un incidente in bici, il suo grande amore. "Durante la riabilitazione facevo tiro con l'arco come terapia: ho scoperto di essere bravino"

di Leo Turrini
Ultimo aggiornamento il 6 marzo 2018 alle 11:14
Stefano Travisani

«POTREI DIRTI che mi ispiro a Robin Hood. O magari a Guglielmo Tell! Invece la mia fonte di motivazione si chiama Oscar De Pellegrin, l’arciere italiano che ha vinto l’oro paralimpico...». Che fantastica storia è la vita, cantava Antonello Venditti.

E Stefano Travisani, architetto milanese, anni 32, rende testimonianza di una bellezza esistenziale più forte del destino, estranea al concetto di rassegnazione. State a sentire, capirete che non sto esagerando. «A me piaceva tantissimo andare in bicicletta – sospira Stefano – Non ero un campione ma disputavo gare vere. Finché il 13 giugno del 2015, pedalando sull’Appennino modenese, incappo in un gran brutto incidente».

Conseguenze? «Paraplegia incompleta agli arti inferiori. Significa che per muovermi debbo usare la carrozzina».

E addio bicicletta. «Infatti lo sconforto iniziale coinvolgeva anche la rinuncia forzata alla adrenalina della competizione, alla libertà di potersi muovere senza limiti, senza frontiere».

Poi ti hanno messo un arco in mano. «Un attimo, debbo spiegare una cosa. Per chi affronta un processo di riabilitazione fisica per un certo tipo di disabilità, il tiro con l’arco è una attività molto comune, è una terapia per rafforzare i muscoli del tronco. Solo che...».

Solo che? «Non ero convinto. Pensavo: ma io con la mountain bike andavo a cercare l’emozione di un percorso tortuoso, figuriamoci se mi diverto con l’arco e le frecce!». Mancava l’entusiasmo. «Ma mi sbagliavo. Per fortuna nel centro di riabilitazione di Monte Catone, nell’imolese, ho trovato un istruttore straordinario. Si chiama Giuseppe e non ha smesso un attimo di darmi fiducia. Continuava a ripetere: guarda che hai talento, guarda che potresti ottenere splendidi risultati, a livello paralimpico e anche in mezzo ai normodotati».

Aveva ragione. «Io dopo l’incidente avevo provato con la scherma, con la canoa, con il basket in carrozzina. Ma piano piano, sacrificio dopo sacrificio, ho compreso che Giuseppe aveva ragione. Mi sono tesserato per una società a Milano e via come una freccia».

Ed è arrivato il titolo mondiale. «A Pechino, il 16 settembre del 2017. Ho vinto l’oro iridato nel mixed team, insieme ad una grande campionessa azzurra, Elisabetta Mijno. Meno di due anni prima stavo in ospedale! E’ stato come realizzare un sogno».

Che continua: a questo punto l’arco non è più una terapia e basta. «Amo questo sport. Mi alleno con passione, nelle pause che mi lascia il mestiere di architetto. In Cina, ai mondiali, ho partecipato anche alla gara individuale, è stata una esperienza utile per il futuro».

Per puntare alla Paralimpiade di Tokyo, tra due anni. «L’ho detto all’inizio, io ammiro tantissimo Oscar De Pellegrin, abbiamo una storia simile, è lui il mio modello. Ed è stato bello conoscere Galiazzo, il campione di Atene nel 2004. Mi aiuta tanto l’ambiente, la federazione dell’arco fa un buonissimo lavoro con i suoi atleti, veniamo seguiti in ogni nostra esigenza, dalla alimentazione alla preparazione psicologica. E ora sono entrato nel gruppo sportivo delle Fiamme Azzurre».

Ma era meglio Robin Hood o Guglielmo Tell? «Ogni tanto mi capita di sognare che li sto sfidando...».

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