Michelangelo Gratton (Facebook)

«IO sono partito dall’idea che il movimento paralimpico meritasse una testimonianza attenta, continua. Stiamo parlando di atleti veri, di campioni autentici. E così ho cominciato… ». Intorno ai protagonisti del Sesto Cerchio, gli uomini e le donne di una Italia che rifiuta il pregiudizio, si muove ‘anche’ un mondo che è espressione sana di una rete di contatti, di messaggi, di comunicazioni. Michelangelo Gratton, anni 52, romano, di questa realtà si sente partecipe. A pieno titolo. «Ho sempre amato le immagini, in qualunque contesto. Così nel 2004 ho esordito come fotografo ufficiale del Cip alla Paralimpiade di Atene».

Un mago del click per le magie dei disabili impegnati in pista e in pedana. «Vede, ho sempre pensato che, una volta aggirato lo scoglio della rassegnazione, sia necessario abbattere un altro muro».

Quale? «Quello del pietismo, se mi passa la parola. Con il mio lavoro, desidero aiutare la gente comune, insomma noi normodotati, ad afferrare il concetto che chi partecipa ad una Paralimpiade non è un poverino da incoraggiare perché dandogli una pacca sulla spalla dopo ci sentiamo tutti più buoni. Posso farle l’esempio di Oscar Pistorius?»

Il quattrocentista sudafricano purtroppo passato dalla cronaca sportiva alla cronaca nera, per la terribile fine della sua compagna. «Lui. Ovviamente qui parlo dell’atleta. Bene, a Londra nel 2012 Pistorius finalmente ottiene il diritto di gareggiare ai Giochi con i normodotati, ricorda?»

Perfettamente, ero sul posto a tifare per lui. «Però nella sua semifinale arrivò ultimo e a me francamente diede fastidio l’ovazione che comunque il pubblico londinese volle dedicargli».

E che c’era di male? «Di male niente, ma il disabile che fa sport merita di essere giudicato sulla base della sua prestazione agonistica. Perché non si batte per ricevere compassione, ma per guadagnare il rispetto di chi segue le sue gare».

Forse ho capito. «Mi perdoni il paradosso, ma con le mie fotografie io intendo far sì che la pratica sportiva, da parte del disabile, sia considerata una cosa normale, non una eccezione. Anche in televisione seguo lo stesso schema mentale».

Cosa c’entra la televisione? «Nel 2011 ho lanciato una web tv. La trova all’indirizzo www.abilitychannel.tv. Ogni giorno vengono visitate più di settemila pagine. Raccontiamo le storie, le imprese, le vittorie, le sconfitte. Posso citare Beethoven?».

Prego. «Oggi lo esaltiamo perché era un grande musicista, mica perché era sordo. E il presidente Roosevelt, in America, fu un magnifico statista e così viene ricordato, non perché stava su una carrozzella. I nostri campioni paralimpici meritano la stessa forma di attenzione».

La propaganda a volte può servire anche a fin di bene, caro Michelangelo. «Sì, abbiamo bisogno di una informazione che non sia compassione!».