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Francesco un "cannibale" per l'azzurro

Francesco Bocciardo, oro a Rio, ha sfiorato il bis ai recenti mondiali di nuoto di Città del Messico: "il mio esempio è Phelps: a 8 anni una maestra gli disse che era negato, poi è diventato il più grande di tutti"

di Leo Turrini
Ultimo aggiornamento il 8 marzo 2018 alle 16:16
Francesco Bocciardo (Facebook)

«HO VINTO l’oro alla Paralimpiade di Rio nel nuoto e può sembrare banale che io citi Phelps come punto di riferimento, ma c’è una ragione che va oltre le sue imprese in piscina…». Francesco Bocciardo, ligure, classe 1994, tesserato per la Nuotatori Genovesi e per le Fiamme Oro, è appena tornato da Città del Messico. Ai mondiali ha conquistato due medaglie d’argento, tra 400 stile libero e staffetta. «Non sono contento al cento per cento, perché vorrei vincere sempre – spiega – Però le sconfitte sono lezioni, c’è sempre da imparare». Ammesso che un secondo posto sia poi una sconfitta. «Ah, ma io sono un agonista puro! Adoro le sfide, la competizione. E sono sempre alla ricerca di stimoli».

Come Phelps, appunto. «Pochi lo sanno, perché sono giustamente abbagliati dal fascino dei suoi record, dalle medaglie in serie. Invece a me di Phelps esalta sapere che quando aveva otto anni una maestra gli disse che era negato, che non avrebbe mai combinato nulla di buono nella vita. Lui ha risposto nel modo a tutti noto!».

Un grande esempio. «Vede, io convivo da sempre con la diplegia spastica. Debbo tantissimo al nonno e al papà, insomma alla famiglia. Mi hanno portato in acqua che ero piccolissimo. E da subito ho capito che dovevo sottrarmi ad un facile pregiudizio».

Quale pregiudizio? «Molti sono portati a credere che per il disabile lo sport sia solo e semplicemente una terapia, una necessaria forma di riabilitazione. Per carità, va benissimo, anche tra i normodotati c’è chi pratica l’attività fisica per sentirsi meglio, per tenersi in forma, come si dice. Ma io nuotavo e nuoto per mettermi in gioco, per essere competitivo».

Per vincere la Paralimpiade, appunto. «Dietro e dentro la mia carriera ci sono, come per chiunque sia atleta vero, tanti sacrifici. Rio 2106 era il grande sogno, il traguardo. Centrare l’obiettivo è stato meravigliosamente appagante».

Nella stessa vasca, sui 1500 stile libero, che ha consacrato, là in Brasile, Gregorio Paltrinieri. «Greg l’ho conosciuto ad un incontro con il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Mi ha colpito la sua semplicità. Siamo stati un po’ assieme, è un gran bravo ragazzo».

Paltrinieri ha già in mente Tokyo 2020. «Se è per quello ci penso anche io, eh!».

Avete un titolo da difendere. «Adesso a me tocca conciliare il lavoro con lo sport. Ho preso una laurea in scienze politiche e mi occupo di gestione delle risorse umane alla Phase Motion Control, una azienda di Genova, la mia città. Ho un contratto part time, continuo a studiare e dedico agli allenamenti una dozzina di ore alla settimana».

Saranno sufficienti per restare sul trono? «Con Luca Puce, che mi allena dal 2013, ho stretto un patto. Lui mi ha fatto fare il salto di qualità a livello di prestazioni. Andiamo avanti giorno per giorno, anno per anno, gara dopo gara. Se nel 2020 ce la sentiremo di provarci ancora, saliremo sull’aereo per il Giappone».

Insieme a Paltrinieri e magari sbuca fuori Phelps un’altra volta, caro Francesco. «Sarebbe bellissimo…».

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