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Joystick, paratie e carrozzine: così il calcio e l'azzurro sono per tutti

L’idea di Diego D’Artagnan, il viaggio a Parigi, l’aiuto di Renzo Ulivieri e Luca Pancalli: e per tanti giovani ora c’è il sogno di una Nazionale

di Leo Turrini
Ultimo aggiornamento il 8 marzo 2018 alle 16:17
Diego D'Artagnan (Facebook)

GALEOTTO, forse, fu il cognome. «In verità credo si tratti di una banale coincidenza – ride Diego D’Artagnan, quarantatreenne marchigiano che ha introdotto in Italia il Powerchair Football, il calcio giocato dai disabili su carrozzina elettrica –. Però è vero, il primo corso da allenatore l’ho fatto a Parigi e dalla Francia venivano i miei antenati… ». La storia del Powerchair Football è nuova per il nostro paese, ma non per il resto d’Europa. E il D’Artagnan di Montelupone, comune in provincia di Macerata, per promuovere il sogno ha avuto bisogno dell’estro dell’omonimo, della saggezza di Athos, della tenacia di Aramis e del vigore di Porthos. «Deve sapere – spiega Diego – che non lontano da casa mia, a Porto Potenza Picena, c’è un centro di riabilitazione per disabili, il Santo Stefano. Molto bene strutturato, con una sezione sportiva all’interno. Io incrociavo queste persone per strada, sulla loro carrozzina. E così… ».

Ha immaginato di fargli segnare un gol. «All’estero a pallone con la carrozzina elettrica giocavano già dagli anni Settanta del secolo scorso! Ho studiato la materia, mi sono informato, ho fatto un salto a Parigi».

Ed ha attivato il progetto. «Al Santo Stefano, dove ho trovato attenzione e ascolto».

Le istituzioni hanno cooperato? «Ho approfittato della mia licenza Uefa di allenatore. Sono andato a Coverciano e ho incontrato Renzo Ulivieri».

Il mister di Sampdoria, Bologna, Parma, Napoli, eccetera. «Lui. E’ stato molto carino, ha contribuito ad individuare i contatti giusti. E così sono arrivato a Luca Pancalli».

Il presidente del Cip, il movimento paralimpico italiano. «Pancalli ha inserito il calcio in carrozzina elettrica nell’ambito della Fispes, diretta dal signor Sandrino Porru. Io sono il responsabile tecnico della disciplina, ci stiamo predisponendo per preparare arbitri, coach e classificatori delle varie disabilità. Contiamo di varare un campionato e in futuro avremo anche una nazionale vera e propria».

Non ci siamo ancora detti come funziona, questa versione speciale del calcio. «A Powerchair si gioca quattro contro quattro, un portiere e tre atleti di movimento. Due tempi di venti minuti e cambi liberi».

Partite vere. «Anche spettacolari. I protagonisti per colpire il pallone utilizzano una paratia posizionata sull’anteriore della carrozzina. Questa paratia è in ferro oppure in Pvc, il poliuretano. Muovono tutta la carozzina tramite un joystick, con le mani».

Queste sono le regole, ma alla base c’è lo spirito. «Sì, io ho sempre considerato il powerchair football come una opzione in più offerta ai disabili che hanno voglia di rifiutare la rassegnazione. Mi sono dato da fare per rendere nota l’esistenza della disciplina».

Risultato? «Adesso in Italia abbiamo una cinquantina di praticanti. Potrebbero diventare tanti di più quando l’informazione si spargerà, superando ogni forma di burocrazia».

E magari D’Artagnan potrebbe essere il primo ct della nazionale azzurra del settore. «Le cose importanti sono altre, poi chissà cosa ne pensano Athos, Aramis e Porthos… ».

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