Particolare nella forma e ricco di novità: il Giudizio Universale apre molti interrogativi
Particolare nella forma e ricco di novità: il Giudizio Universale apre molti interrogativi

Firenze, 14 febbraio 2020 - Il Museo di San Marco ha appena compiuto 150 anni, anche se la storia del suo immobile e dei suoi straordinari capolavori è assai più antica. Allestito nella parte monumentale del convento domenicano che fu di Girolamo Savonarola, la fama del museo si deve soprattutto alle opere del Beato Angelico, che lì visse da frate e da pittore, affrescando numerosi ambienti del convento. L’anniversario è stata l’occasione per rendere omaggio al celebre artista, protagonista della prima metà del Quattrocento e interprete della grande stagione del primo Rinascimento fiorentino. E come regalo di compleanno è stato riconsegnato il «Giudizio Universale» del Beato Angelico, che dopo un lungo restauro è tornato nella Sala dell’Ospizio.

Il dipinto, assai particolare nella forma e ricco di novità nel trattamento del soggetto, è databile tra il 1425 e il 1428 ed è da sempre uno dei preferiti e più largamente popolari dell’Angelico, anche la tavola è ancora carica di interrogativi e domande senza risposta. A cominciare dall’insolita visione del Giudizio Finale, dove vediamo il Cristo giudice in tutta la sua gloria, attorniato da angeli, in un cerchio celestiale che domina dalla sommità. La mano destra levata del Cristo invita i fedeli risorti verso i cancelli della Gerusalemme Celeste; la sinistra volta verso il basso consegna i peccatori alle fauci pietrose dell’Inferno. La Madonna e San Giovanni Battista sono raffigurati come intercessori in una posizione straordinariamente prossima al Figlio. La schiera celeste è completata da ventiquattro santi e profeti assisi come in tribunale, dodici su ciascun lato.

Così come la particolare forma trilobata, anche l’intera composizione presenta numerose novità rispetto all’iconografia tradizionale del Giudizio, con l’inserzione di personaggi del Vecchio Testamento – Adamo, Abramo, Mosè, Abele, David – accanto agli apostoli e ai santi fondatori degli Ordini nel tribunale del Giudizio. Da una parte l’Angelico ha dipinto i dannati, costretti a varcare la soglia di un Inferno così letterario che non può non far pensare a Dante e dall’altra parte l’elegantissima danza di angeli e beati verso il monte della Gerusalemme celeste, interpretata come il luogo della luce divina, che si intreccia con il giardino, espressione simbolica del Paradiso. Questa danza è del tutto nuova, di singolare armonia, illuminata da bagliori d’oro.

Al centro della composizione la fuga di tombe scoperchiate, che fa da spartiacque tra gli eletti e i dannati, guida lo sguardo attraverso tutta la profondità dello spazio del dipinto fino all’orizzonte azzurro pallido nello sfondo. È là che deve avere termine il mondo sensibile. Non si conosce lo scopo originale del dipinto, e probabilmente ha cambiato collocazione al tempo in cui Vasari lo descrive nel convento di Santa Maria degli Angeli, vicino all’altar maggiore dove sedeva il prete durante la messa. Questo ha fatto pensare che fosse lo schienale del sedile del sacerdote, ma il formato relativamente piccolo delle figure indica una collocazione originale dove potesse essere visto ad altezza d’occhio per un’ispezione più ravvicinata. E anche la prospettiva conferma questo punto di vista.

Sempre in occasione delle celebrazioni per i 150 anni del Museo di San Marco, è avvenuta la ricollocazione e la presentazione del restauro di un’altra opera del Beato Angelico: la “Pala di San Marco” restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure.

Il restauro è stato effettuato grazie al Rotary Club Firenze Certosa.