La mostra pone a confronto Guido da Vigevano e Leonardo da Vinci e i loro metodi di raffigurazione anatomica
La mostra pone a confronto Guido da Vigevano e Leonardo da Vinci e i loro metodi di raffigurazione anatomica

Ancora nel 1299 papa Bonifacio VIII con la bolla “De Sepolturis” vietava un’ennesima volta la manipolazione dei cadaveri. L’ultima. L’anno seguente, all’Università di Bologna, Mondino de’ Liuzzi fondava legalmente la prima Scuola europea di Anatomia Umana. Poteva l’insaziabile Leonardo limitarsi a dipingere un corpo senza chiedersi, studiare, rappresentare tutto ciò che la pelle nascondeva? Dal suo “Libro della Pittura”: “Il pittore deve sapere la notomia dei nervi, ossa, muscoli e lacerti”. Sì, inizialmente il suo interesse di artista geniale si ferma alla superficie, ma già il “San Gerolamo” oggi al Louvre rivela lo studio accurato dei muscoli della spalla e del collo. Il pittore si è fatto anche scienziato.

E anche scrittore, ma pure qui innovatore. Nella Sala Anatomica il compito materiale toccava a un semplice cerusico, un barbiere. Era lui a sezionare il cadavere. Mentre il medico commentava l’autopsia indicando con un’asta - la stessa di cui i “baroni” odierni si servono nelle lezioni a colpi di diapositive - i vari organi. Pratica inutile, se non dannosa, scrive Leonardo nella sua prosa di esemplare chiarezza: “E tu che vogli con parole dimostrare la figura dell’omo con tutti gli aspetti della sua membrificazione, removi da te tale opinione, perché quanto più minutamente descriverai, tanto più confonderai la mente del lettore e più lo rimoverai dalla cognizione della cosa descritta”.

Più proficua, molto più proficua, l’arte del disegno. Come testimonia la mostra, ultima di una serie ininterrotta di celebrazioni leonardesche, che a Milano la Veneranda Biblioteca Ambrosiana ha allestito nella sua Sala Sottofedericiana, che la ospiterà sino al 29 marzo: sotto il titolo “Anatomia in figure” la riproduzione delle 18 figure, in 16 tavole, del trattato “Anothomia designata per figuras” firmato nel 1345 da Guido da Vigevano, accanto a una serie di riproduzioni di disegni anatomici di Leonardo realizzati fra il 1480 e il 1517 circa. Da alcuni di questi disegni, tessere preziosissime nel patrimonio della regina Elisabetta nel castello di Windsor, proprio per esaltare il concetto leonardesco di quella “sperienza” che sempre deve prevalere sulla teoria la curatrice dell’esposizione Paola Salvi ha ideato cinque sculture, affidandone la costruzione a Moreno Vezzoli, esperto nella tecnica tradizionale della “ceroplastica”, arte di cui dopo il Duecento fu capitale Firenze. Scrisse il quasi onnisciente Vasari: “Si cominciò a formare le teste di coloro che morivano, con poca spesa, onde si vede in ogni casa fiorentina sopra i camini, usci, finestre e cornicioni, infiniti di detti ritratti, tanto ben fatti e naturali che paiono vivi”.

Non solo. Se non un genio, era almeno un “geniaccio” Guido da Vigevano.