Un’installazione dedicata all’uomo vitruviano di Leonardo realizzata per i 500 anni dalla scomparsa del genio
Un’installazione dedicata all’uomo vitruviano di Leonardo realizzata per i 500 anni dalla scomparsa del genio

Francesco Delzio, (nella foto) manager, scrittore – ha pubblicato nel 2019 ‘La ribellione delle imprese’ per Rubettino, docente dell’università Luiss, è attento alle dinamiche che stanno trasformando il mondo delle imprese e il mercato. Unendo i puntini – sono a sua cura le ‘vetrine’ che scandiscono questo numero – si ottiene una possibile rotta per costruire, o anche solo ipotizzare, un nuovo corso.

Cosa vuol dire per lei Orizzonte Rinascimento?

"Orizzonte Rinascimento è un regalo che dobbiamo farci come Paese: restituirci la nostra tradizione di saper fare, il genius loci dei territori e della loro manifattura, la capacità di innovare italiana che è stata del ’400 e che ci servirà per il futuro. L’abbiamo dimenticato, abbiamo l’occasione per ripartire anche sfruttando il cambiamento della globalizzazione".

In che modo sta cambiando la globalizzazione?

"La competizione globale si sta trasformando, e il processo è già iniziato, in una competizione tra territori a grande capacità di innovazione, come tra Città-Stato, esattamente come era al tempo del Rinascimento e delle botteghe, una modalità che è nel Dna italiano e che potremo sfruttare se ne saremo capaci".

Quali sono i punti di forza di queste isole innovative?

"L’innovazione di prodotto, sistemi fiscali che incoraggiano investimenti e innovazione, e la capacità di attirare i giovani talenti, offrendo formazione e qualità delle città, ma non basta".

Cosa serve?

"Serve che l’accademia, le università, esca dal suo meraviglioso mondo, smetta di vedersi come una monade, e riesca a trasmettere la conoscenza al mondo produttivo. La ricerca diventi sempre più ricerca applicata. È un percorso già in atto, ma ancora non sufficiente".

Il modello che ha fatto la fortuna della manifattura italiana, negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, è stato quello dei distretti industriali. È ancora valido? In fondo anche quel modello costruiva una competizione tra territori...

"Sì e no. Dei circa duecento distretti che furono censiti a fine anni ’90, molti non ci sono più e altri vanno benissimo. Sono quelli che hanno saputo innovare e stare sui mercati internazionali e hanno costruito delle reti in cui la componente della prossimità territoriale non è più fondamentali quanto lo è, al contrario, avere costruito, partendo dalla vocazione del territorio, lunghe filiere del valore".

La manifattura non è morta, nonostante in troppi si siano affannati a recitarne le esequie.

"Tutt’altro, continua a essere la spina dorsale del Paese. Purtroppo non curata come si dovrebbe. C’è stata Industria 4.0 che comportava misure fondamentali che hanno dato ottimi risultati. È stata smantellata e poi ripresa, ma non con la stessa intensità. Poi, certo, ci sono gli altri asset straordinari del Paese come il fashion o l’enogastronomia, ma la manifattura resta fondamentale".

Quali sono le scintille per accendere il nuovo corso?

"Il verde e il blu, per dirla con il filosofo Luciano Floridi: l’economia circolare e il digitale. Sopratutto dal punto di vista dell’economia circolare l’Italia è in posizione rilevante in Europa: siamo i primi, per esempio, nel riciclo e nel riutilizzo dei materiali, la nostra industria è molto avanti da questo punto di vista. E poi c’è la grande finanza".

Ci arriviamo. Che ruolo possono giocare le donne?

"Un ruolo fondamentale e lo dico guardando i dati: le imprese a guida femminile hanno i dati di crescita più alti rispetto a quelle a guida maschile. Si sono rivelate più capaci di attirare e coltivare i giovani talenti e hanno dimostrato maggiore accoglienza rispetto ai temi della sostenibilità, del rapporto con le persone, dell’attenzione al clima e agli interessi di tutti gli stakeholder. Dati che interessano sempre di più la grande finanza. Che è un punto chiave".

Abbiamo visto il boom dei cosiddetti social e green bond. Un fuoco di paglia?

"Un cambio strutturale. I grandi fondi di investimento sono sempre più impegnati sulle società che mostrano di essere attente agli obiettivi di sostenibilità".

Anche il Green new deal dell’Unione europea va in questa direzione. Le stesse risorse del Recovery Fund vanno in questa direzione. Il fatto che gli altri Paesi, però, lo chiamino Next Generation Ue sembra voler dire che loro guardano avanti, l’Italia pare di no.

"Penso che mai come oggi, dal Recovery Fund alle altre forme di sostegno all’economia, l’Italia abbia avuto a disposizione un potenziale di risorse pubbliche di questa portata. Come ha ricordato giustamente il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi, siamo nell’ordine di 400 miliardi di euro sommando Recovery Fund, programmazione europea settennale e scostamenti possibili dai vincoli europei nella Legge di Bilancio. Ma sono attivabili a una condizione: essere capaci di progettare ed eseguire piani concreti e realizzabili. Punti deboli per un Paese che, per esempio, ha sempre dimostrato scarsa capacità di progettazione pubblica, come dimostrano i pessimi dati sull’uso dei fondi sociali europei. Questo tema non solo sembra assente dalle scelte del governo, ma anche dal dibattito pubblico, ma è fondamentale. Finora, però, dal punto di vista dei progetti non si è visto nulla".

p. g.