Nel tondo a sinistra: Roberta Rossi, manager di SoldiExpert Sopra, un operatore a Wall Street
Nel tondo a sinistra: Roberta Rossi, manager di SoldiExpert Sopra, un operatore a Wall Street

Non è tutto oro quello che luccica. Un proverbio che si può benissimo applicare al mondo della finanza e anche a quello degli investimenti nei prodotti che rispettano i criteri d sostenibilità Esg. Perché se cresce anche tra il popolo dei piccoli investitori la voglia di sottoscrivere strumenti finanziari (a partire dagli Etf e i fondi comuni) che abbiano nel sottostante titoli di società (aziende, banche, assicurazioni, ect) che vantano appunto i criteri Esg non è detto che dietro questa scelta non si nasconda qualche trappola o comunque solo un’azione di marketing. E quindi, avverte Roberta Rossi, responsabile della consulenza personalizzata della società di consulenza indipendente SoldiExpert SCF (www.soldiexpert.com) fondata nel 2001 con Salvatore Gaziano (responsabile delle strategie) bisogna essere attenti anche e soprattutto nel cosiddetto investimento sostenibile.

Innanzitutto, spiega Rossi, è necessario che il risparmiatore sappia se, per esempio, investe in un’azienda che rispetta dvvero l’ambiente. Quando si opta per un investimento sostenibile, che oggi viene molto spinto da banche e reti di promotori e ha un appeal particolare sui giovani che in genere hanno un atteggiamento negativo sul mondo finanziario che si riduce se lo strumento proposto tocca i temi sollevati da Greta contro il cambiamento climatico, non è detto che quella società sia “green”.

I criteri Esg, infatti, sono tre. Il primo riguarda l’ambiente, ma gli altri due criteri sono riferiti agli aspetti sociali e di governance. Quindi, una società può presentarsi come altamente sostenibile in base ai criteri delle Nazioni Unite ma, per esempio, li rispetta solo perché ha una politica retributiva che non sfavorisce le donne, oppure una scelta etica del management o il rispetto delle procedure di controllo interne piuttosto che dei lavoratori o del territorio in cui opera. Ma, ricorda la consulente indipendente, magari non ha alcun impatto positivo sull’ambiente o addirittura contrario finanziando le miniere turche di carbone.

Il primo consiglio al risparmiatore, quindi? "Quello di valutare attentamente la sostenibilità delle società in cui si investe e i criteri che rispetta. Oggi – risponde Rossi – esistono molti Etf e fondi cosiddetti Esg e consultando gratuitamente il sito di Morningstar vedere le prime dieci società in cui investono".

Il secondo consiglio? "Quello valido sia per gli investimenti seguendo i criteri Esg sia per tutti gli altri. Ovvero fare attenzione a costi e commissioni della banca o della rete. Costi che, in base all’introduzione delle direttive Mifid2, oggi devono essere trasparenti e comunicati al cliente anche con gli estratti conto. E che siano strumenti finanziari con criteri Esg o meno, il rischio è di pagare, al tempo dei tassi zero e negativi, anche il 3-4% all’anno di commissione che possono azzerare o addirittura rendere negative le performance annuali".

In fatto di costi, quindi, anche nella scelta di strumenti finanziari sostenibili è meglio optare per gli Etf, molto meno costosi (ben sotto il punto percentuale) di altri strumenti finanziari e sottoscrivibili sia con il fai-da-te sia rivolgendosi a un consulente indipendente oltre che a banche e reti.

L’altro mito da sfatare, aggiunge Rossi, nonostante non manchino studi e serie storiche che attribuirebbero alle società Esg – e quindi alle loro azioni – performance migliori, in realtà nessuno è immune alle cadute dei mercati come è avvenuto con l’effetto Coronavirus. Anzi, negli ultimi tre anni – con il raffronto al 10 marzo che già incorporava l’effetto Covid-19 – la performance degli indici globali (+ 8,17% Msci World) è stata migliore rispetto a quella di Etf e fondi Esg che nell’ultimo anno hanno perso il 3,27 e il 6,17%.

Quindi, conclude Rossi, si può investire anche in aziende sostenibili e strumenti finanziari che rispettano i criteri Esg – prodotti che essendo molto diversificati a livello globale presentano minori rischi sebbene siano prevalentemente composti da azioni – inserendo però questo investimento all’interno dei portafogli con una quota non superiore al 10%.