Muoiono come mosche. Oltre 50 centrali a carbone hanno chiuso i battenti negli Usa sotto l’amministrazione Trump fino ad oggi, più di quante ne siano state spente durante la presidenza di Barack Obama. A dispetto dei sussidi e degli annunci trionfali – "We are putting coal back to work" ha twittato recentemente –, nemmeno Trump riesce a mantenere in vita un’industria che non è più competitiva con le altre forme di energia, verso le quali il sistema elettrico americano e mondiale è in piena transizione, quale che sia l’accanimento terapeutico messo in atto dalle autorità locali.

In totale, 289 centrali a carbone sono state spente dal 2010 e la produzione di carbone degli Stati Uniti è diminuita di un terzo dal suo picco nel 2008. Un trend analogo, se non più marcato, si sta verificando in Europa, dove invece la chiusura delle centrali a carbone è fortemente perseguita dai governi, con appositi piani

di dismissione, per favorire il taglio delle emissioni di gas a effetto serra, di cui questi impianti sono considerati i primi

responsabili. Delle trenta unità a carbone ancora funzionanti in Germania, 8 chiuderanno entro il 2022, 11 entro il 2028 e altre 11 entro il 2035-38. A livello globale il declino è più lento, grazie alla tenuta dell’Asia, ma inesorabile: nel 2019 c’è stato un calo del 2,5% dell’energia elettrica prodotta con il carbone.

La fuga dal carbone coinvolge ormai un po’ tutti, a partire dalla finanza, molto sensibile al tema degli "stranded assets" quei cespiti che perdono valore e non sono più monetizzabili a causa della concorrenza di tecnologie più competitive. BlackRock, il più grande gestore mondiale di fondi, ha incluso recentemente l’uscita dal carbone fra le sue priorità, unendosi così a un movimento

globale di disinvestimento che coinvolge più di mille istituzioni. Larry Fink (nella foto a destra), amministratore delegato di BlackRock, ha ammonito che tutti i governi, le società e gli investitori devono confrontarsi con l’emergenza climatica e prepararsi a una profonda redistribuzione dei capitali investiti.

La fuga dal carbone è solo la punta dell’iceberg di un generale movimento verso il disinvestimento dalle fonti fossili. In base ai dati diffusi a fine 2019 da 350.org, la testata ambientalista fondata da Bill McKibben, più di mille istituzioni in tutto il mondo tra banche, fondi sovrani, assicurazioni, fondi pensione e così via, si sono già impegnati a disinvestire circa 11.000 miliardi di dollari dai combustibili fossili, con una crescita del 22.000% in confronto al 2014, quando l’impegno ammontava complessivamente a una cinquantina di miliardi.

I motivi in generale non sono ideologici, ma di pura convenienza economica: la fuga dai fossili è una fuga dal rischio. In base alle rilevazioni del think tank londinese Carbon Tracker, le compagnie petrolifere di tutto il mondo potrebbero andare incontro a perdite di svariati miliardi di dollari nei prossimi anni a causa di progetti non più remunerativi, resi obsoleti dalla rapida espansione delle risorse rinnovabili. Le perdite potrebbero toccare i 2.200 miliardi di dollari al 2030, una cifra enorme che deriva dall’ostinazione con cui molte major petrolifere continuano a investire nell’estrazione di nuovi idrocarburi, malgrado i segnali crescenti di un imminente picco della domanda, destinata poi inesorabilmente a calare. Uno scenario che si sta già verificando nel mondo dell’auto, un mercato parallelo a quello petrolifero.