Paul Hawken, economista e scrittore, fondatore del cosiddetto capitalismo naturale
Paul Hawken, economista e scrittore, fondatore del cosiddetto capitalismo naturale

Paul Hawken, padre del capitalismo naturale, ha compilato insieme a un team di 70 scienziati ed economisti un elenco delle soluzioni più efficaci per combattere l’effetto serra, dando al tempo stesso una spinta all’economia globale. Da questo studio è nato il libro ‘Drawdown’ e il sito di ‘Project Drawdown’ un progetto che ha l’obiettivo di identificare e proporre le principali soluzioni per invertire il corso della crisi del clima. Quindi non solo fermare il livello di concentrazione di CO2 in atmosfera, ma innescare un processo di riduzione. Da ultimo è appena uscito anche il rapporto ‘Drawdown Review’ che elenca le soluzioni più urgenti da adottare nel giro di trent’anni, se davvero vogliamo contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi centigradi, come si indica nell’Accordo di Parigi. Il progetto e il rapporto traggono il titolo dal momento nella storia in cui la concentrazione di gas a effetto serra in atmosfera comincerà a calare.

Un momento che, procedendo nella direzione attuale, potremmo non raggiungere mai.

Possibile che siate i primi a definire un piano per ridurre la CO2 in atmosfera?

"Pare incredibile, ma finora nessuno ci aveva ancora pensato: abbiamo lavorato tre anni per fare tutti i calcoli e mettere in ordine d’importanza le soluzioni già esistenti, che da qui al 2050 potrebbero non solo azzerare le nostre emissioni, ma addirittura assorbire anidride carbonica dall’atmosfera, producendo al tempo stesso milioni di posti di lavoro".

Non è quello che si è già cercato di fare con l’Accordo di Parigi?

"Nessuno dei modelli stilati finora dalle istituzioni impegnate nella lotta ai cambiamenti climatici o da scienziati indipendenti è in grado di raggiungere quel momento, perché tutti si occupano principalmente di energia. Al massimo, riescono ad ottenere l’inversione del trend delle emissioni, ma non un calo della CO2 già emessa in atmosfera. Partono dal presupposto che arrivando al 100 per cento di produzione energetica da rinnovabili avremo risolto il problema, ma non è vero. Ci sono altri campi oltre all’energia, dal cibo agli edifici, dall’utilizzo del territorio all’istruzione delle donne, che sono altrettanto importanti".

Quali sono le novità più interessanti che avete trovato realizzando il vostro studio?

"Tra le novità più sorprendenti che abbiamo scoperto, dopo aver analizzato tutti i dati e superata la revisione di altri scienziati, c’è l’importanza del ruolo delle donne. Mettendo insieme l’impatto dell’istruzione femminile e quello della pianificazione familiare, che nella nostra graduatoria abbiamo separato, ma in realtà hanno ricadute analoghe, si scopre che l’educazione delle bambine sta in cima alla lista delle azioni contro i cambiamenti climatici, perché facendola avanzare da qui al 2050 avremmo 1,1 miliardi di persone in meno rispetto al trend attuale, con tutte le conseguenze positive sui minori consumi di risorse".

Un altro risultato sorprendente è la centralità del cibo o, meglio, la lotta agli sprechi. Quanto è determinante?

"L’eliminazione degli sprechi alimentari e la diffusione di una dieta ricca di proteine vegetali invece che animali (ma non completamente vegetariana) sono arrivate al terzo e quarto posto della graduatoria. L’allevamento di animali da macello produce globalmente la stessa quantità di emissioni di tutte le centrali elettriche del mondo".

Non avete un po’ trascurato il ruolo della transizione energetica nella lotta ai cambiamenti climatici?

"No: lo sviluppo dell’eolico di terra ha ottenuto il secondo posto in classifica, la costruzione di campi fotovoltaici l’ottavo e l’installazione di tetti solari il decimo. Ma per ottenere una vera inversione di tendenza lo sguardo va allargato a tutte le attività umane. Non a caso l’impatto più grande sul clima, che conquista il primo posto in graduatoria per efficacia, è la definitiva messa al bando degli idrofluorocarburi dagli impianti di refrigerazione. La sostituzione con altri refrigeranti, in base all’accordo firmato l’anno scorso da oltre 170 Paesi, comincerà quest’anno e proseguirà fino al 2028, ma è essenziale che gli impianti siano svuotati correttamente, perché il 90 per cento delle emissioni avvengono a fine vita".

La realizzazione del vostro piano costerebbe molto rispetto ad altre soluzioni? Insomma, è sostenibile?

"La nostra graduatoria non si basa solo sull’impatto di ciascuna soluzione sui gas a effetto serra, ma anche sulle sue ricadute economiche. E alla fine i costi sono ampiamente superati dai risparmi. Dalle nostre stime, con l’applicazione di queste soluzioni si otterrebbe un guadagno netto di oltre 44mila miliardi di dollari, come risultato di oltre 74mila miliardi di risparmi Per questo siamo sostenuti da molte grandi aziende: abbiamo con noi, come partner, oltre la metà delle società quotate a Wall Street".

Elena Comelli