La scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro e la netta sotto rappresentazione femminile nelle posizioni apicali non fanno bene all’economia. Il divario di genere, secondo le Nazioni Unite, costa all’economia mondiale il 15% del Pil e secondo l’Ocse un aumento dei tassi di occupazione femminile in linea con quello della Svezia potrebbe far lievitare il Pil delle economie più industrializzate di oltre 6mila miliardi di dollari.

Malgrado ciò, i progressi delle donne nel mondo del lavoro negli ultimi anni si sono arenati e la differenza di paga oraria fra maschi e femmine in posizioni analoghe resta inchiodata da molto tempo attorno al 14%, mentre la partecipazione delle donne al mondo del lavoro rimane ferma al 64% (contro l’80% degli uomini nella fascia d’età centrale) e la presenza delle donne nei cda delle aziende si aggira sul 23% nei Paesi dell’Ocse, con enormi differenze fra i Paesi del Nord Europa e gli altri, soprattutto asiatici. Non è un segreto che in quasi tutti i Paesi del mondo le donne siano ancora percepite come cittadini di serie B, con livelli d’istruzione più bassi e limitata partecipazione al mercato del lavoro.

Le differenze cominciano dal mondo della scuola. In base ai calcoli dell’Ocse, alle ragazze basterebbe un anno in più d’istruzione per guadagnare il 20% in più da adulte. In Italia, tuttavia, una ragazza su quattro con meno di 30 anni non studia e non lavora. Ancora oggi il 16% delle ragazze meridionali non finisce la scuola, contro il 10% del Nord e l’8% nelle regioni del Centro. In Italia la partecipazione delle donne al mondo del lavoro è al 60%, inferiore alla media Ue (68%) e alla media Ocse (64%). Questo significa sottrarre all’economia italiana il 40% della forza lavoro femminile, mentre la Commissione Ue punta ad elevare le media europea al livello dei Paesi nordici, dove il 75% delle donne nell’età centrale lavora, quasi quanto gli uomini (80%).

Una nota dell’Istat ci spiega perché l’Italia è messa così male: oggi la metà delle italiane con due o più figli fra i 25 e i 64 anni non lavora. Nelle coppie con figli la tipologia più diffusa (32%) resta quella con solo il padre occupato a tempo pieno, seguita dalle coppie in cui entrambi i genitori lavorano a tempo pieno (il 27,5% nella media italiana e il 17,1% nel Mezzogiorno) e dalla combinazione in cui al padre occupato full-time si associa la madre occupata part-time (16%). L’unica crescita che riguarda il lavoro femminile è proprio quest’ultima: il lavoro part-time, che oggi riguarda il 20% delle donne con un figlio e il 23% di quelle con più figli.

Una donna su dieci con almeno un figlio in Italia non ha mai lavorato, per dedicarsi completamente alla cura dei figli, mentre la media europea è del 3,7%. Al Sud ha fatto questa scelta addirittura una donna su cinque con un figlio. La quota delle coppie con prole in cui entrambi i partner sono occupati a tempo pieno (il che significa che possono permettersi servizi di accudimento) è molto più bassa rispetto alla quota di coppie senza prole in cui entrambi lavorano (45,9%) e tende a ridursi sensibilmente al crescere del numero dei figli: dal 32,4% nelle coppie con un figlio al 26,2% nelle coppie con due figli o più, a prescindere dal titolo di studio della madre.

L’Italia si piazza invece molto bene, all’apparenza, rispetto al problema del Gender Wage Gap, cioè la differenza salariale fra uomini e donne. In base ai dati Ocse, il gap italiano nella retribuzione oraria risulta del 5,6%, contro una media Ocse del 13,8%. Ma a ben vedere questo 5,6% medio, migliore addirittura di quello svedese (12,6%) non descrive la situazione che vive la maggior parte delle donne, perché il dato Ocse riguarda solamente i lavoratori full time, mentre sappiamo che quattro donne su dieci in Italia lavorano part-time, in base ai dati Istat.

Inoltre esiste un enorme divario fra il gap salariale di genere fra pubblico e privato. Secondo recenti dati Eurostat, il gender gap nel settore pubblico in Italia ammonterebbe al 4,1% (il che ci colloca effettivamente in ottima posizione rispetto al resto d’Europa), mentre nel privato si supererebbe il 20%. Altri dati sul differenziale retributivo nel settore privato li fornisce l’Istat. Nel 2016 ha percepito una retribuzione oraria superiore a 15 euro il 17,8% delle donne contro il 26,2% degli uomini. Una retribuzione oraria inferiore a 8 euro è stata invece percepita dall’11,5% delle donne e dall’8,9% degli uomini. Anche su questo punto, quindi, le donne in Italia sono messe peggio di quanto sembri.