di Lisa Ciardi

Le sue ricerche e i suoi libri propongono una rivoluzione copernicana nel rapporto fra uomo e universo vegetale. Non solo perché parlano di forme d’intelligenza delle piante, ma soprattutto perché postulano la maggior validità delle loro strategie di sopravvivenza. Insomma, secondo Stefano Mancuso, botanico e professore di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree all’Università di Firenze, oltre che consigliere speciale del sindaco di Firenze, dovremmo imparare da loro.

Professore, il rapporto fra uomo e ambiente sta diventando sempre più difficile. come mai?

"La predazione che l’uomo ha messo in atto sugli altri esseri viventi e sulle risorse ha raggiunto un livello insostenibile. Oggi si parla di ‘antropocene’ ma già il geologo italiano Antonio Stoppani aveva definito l’uomo una forza tellurica, in grado di modificare struttura, forma e organizzazione del pianeta. Era il 1873".

Oggi però pare ci sia un’accelerazione…

"Ciò che noi uomini mettiamo in atto ha quasi sempre un esito esponenziale. Siamo di fronte a fenomeni che raddoppiano in tempi sempre più brevi. È un concetto che oggi molti capiscono meglio a causa del Coronavirus...".

In questa situazione influisce l’aumento della popolazione mondiale?

"È una tesi che non mi convince: il problema non è il numero di uomini ma il consumo di risorse da parte di alcuni. Il parametro è l’impronta ecologica, ovvero la quantità di terra che serve, in termini di risorse, per garantire la vita di una persona o di una società. Per esempio, la città di Londra richiede una quantità di terra pari a due volte la Gran Bretagna, mentre un africano medio ha un’impronta bassissima. La Terra potrebbe ospitare tranquillamente i 10 miliardi di uomini che si prevedono nel 2050 a condizione di avere tutti un rapporto meno predatorio con la natura".

Come ci si arriva?

"Progettando un futuro diverso. Penso alle città, luogo degli uomini per eccellenza. Nell’ultimo secolo la maggior parte della popolazione mondiale si è inurbata. La città occupano meno del 3% delle terre emerse, eppure producono l’80% di anidride carbonica e l’80% dei rifiuti, consumando l’80% delle risorse. Oggi, il nostro modo d’immaginare le città è legato a stereotipi antichissimi, alla necessità di difendersi dalla natura. Siamo partiti dalle capanne circondate da fossati e siamo arrivati alla città ideale rinascimentale, fatta di edifici bellissimi, ma senza un filo d’erba. Siamo ancora fermi lì. Dobbiamo invece immaginare una città diversa, coperta di piante; una giungla urbana che compensi la produzione di CO2. Un luogo liberato dalle auto, con sistemi di trasporto pubblico non inquinanti, in cui le strade siano arterie verdi".

Secondo lei è fattibile?

"Ci sono già alcune sperimentazioni, ma soprattutto credo sia un percorso obbligato. Il riscaldamento globale e le modifiche all’ambiente diventeranno talmente evidenti che servirà una risposta immediata. Come ha dimostrato il virus, cause di forza maggiore impongono scelte che poco prima sembravano impossibili".

Nel suo libro ‘La nazione delle piante’ lei mutua dal mondo vegetale una ‘costituzione’. Quali principi applicherebbe subito all’umanità?

"Tutti, ma in primis il rispetto per gli altri esseri viventi. Non siamo padroni del pianeta e la nostra sopravvivenza è legata agli altri: prima di tutto alle piante senza le quali moriremmo. Poi la cura per la nostra ‘casa comune’. Le piante non possono muoversi dal luogo in cui nascono e ne hanno massimo rispetto: noi siamo abituati a depredarlo per poi spostarci altrove, ma è un metodo che alla lunga non funziona. Infine l’idea di comunità: come uomini abbiamo preferito la competizione alla collaborazione ed è stata un’altra stupidaggine. I successi delle piante nella sfida per la sopravvivenza ci dimostrano che la strada giusta è la cooperazione".