Non più solo profitto. Ce lo chiedono i ragazzi in lotta per il clima nei FridaysForFuture, ce lo dicono i fondi d’investimento che spostano i propri soldi sui titoli eticamente accettabili, ce lo spiegano perfino gli economisti, che fino a ieri sembravano così affezionati al concetto di crescita del Pil ad ogni costo.

"La sfida vera per le politiche economiche dei governi non è rimettere in moto la crescita ad ogni costo, ma traghettarci in uno spazio ecologicamente sicuro e socialmente giusto", proclama Kate Raworth, economista ribelle dell’università di Oxford, ormai diventata una star. "Le politiche negazioniste sui cambiamenti climatici rischiano di rallentare l’economia, sacrificando settori strategici come le fonti rinnovabili, la mobilità pulita e le imprese impegnate nella difesa ambientale"", ammonisce Jeffrey Sachs, direttore del Center for Sustainable Development della Columbia University (a pagina 12 l’intervento dell’economista e di Angelo Riccaboni sul ruolo dell’industria alimentare). "La prosperità è più importante della crescita: se stiamo meglio con meno auto in giro, perché condividiamo quelle che ci sono già e non ne compriamo altre, questo farà soffrire il Pil, ma salverà molte vite umane oggi uccise dall’inquinamento", sostiene Tim Jackson, economista all’Università del Surrey.

Bob Kennedy, del resto, l’aveva già detto nel 1968: "Il Pil misura tutto, tranne quello che rende la vita veramente degna di essere vissuta", disse agli studenti dell’University of Kansas tre mesi prima di cadere assassinato.

Il messaggio degli economisti, però, fa fatica ad arrivare nelle stanze dei bottoni dei governi. La Nuova Zelanda è stata la prima nazione industrializzata a introdurre, l’anno scorso, un bilancio del benessere parallelo alla legge di bilancio. "Questo bilancio dimostra che si può essere al tempo stesso economicamente responsabili e sostenibili", ha commentato Jacinda Ardern, il popolare primo ministro 38enne, eletta nel 2017.

La via italiana alla sostenibilità ambientale e sociale, invece, è ancora lunga e accidentata. L’ultima legge di bilancio (nella foto il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri) è stata analizzata comma per comma da seicento esperti dell’Asvis, l’Alleanza per lo sviluppo sostenibile. Il giudizio è complessivamente positivo, ma con insufficienze "significative" su formazione, occupazione giovanile e tutela della biodiversità. L’Asvis parla di "sfida contro il tempo" per centrare i 21 target che l’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile dell’Onu fissa già per la fine di quest’anno. Entro la fine del 2020 l’Italia si era impegnata a raggiungere obiettivi come il calo dei giovani senza lavoro né formazione (i Neet) o il dimezzamento delle vittime della strada, ma siamo ancora lontani. La quota dei Neet è calata dal 26% del 2013 al 23,4% del 2018, ma restiamo all’ultimo posto nell’Ue per questo triste fenomeno, distanti anche da Grecia (19,5%), Bulgaria e Spagna. E nella manovra, secondo lo studio, sono assenti interventi su questo problema.

Stesso discorso per gli incidenti mortali. Gli ultimi dati, relativi al 2017, indicano 5,4 morti in incidenti stradali ogni 100mila abitanti: per raggiungere l’obiettivo di 2,8 su 100mila dovrebbero scendere del 20% l’anno tra il 2018 e il 2020, invece le vittime calano molto più lentamente: meno del 3% l’anno. Anche su questa strage siamo agli ultimi posti nell’Ue.

L’analisi delle misure rispetto ai 17 obiettivi di sviluppo sostenibile promuove il testo per la lotta alla povertà (malgrado “diverse perplessità” legate al reddito di cittadinanza). Arriva un voto positivo anche sulla salute, grazie all’abolizione del superticket, e sulle infrastrutture. Il testo è bocciato, invece, per la sua incapacità di colmare il gap dell’occupazione con gli altri Paesi. La clausola di salvaguardia sull’Iva per il 2021, inoltre, è definita un “rischio” in relazione a provvedimenti pluriennali come il Green New Deal. Sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici manca un vincolo al consumo di suolo, un “impegno deciso” per lo sviluppo delle fonti rinnovabili e il taglio agli oltre 19 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi. Bocciato anche il Piano nazionale integrato energia e clima, "debole e incoerente con i nuovi obiettivi europei".