L’arrivo del vaccino potrà cambiare lo scenario sanitario e, di conseguenza, quello economico
L’arrivo del vaccino potrà cambiare lo scenario sanitario e, di conseguenza, quello economico

di Lisa Ciardi

"Passata l’emergenza Coronavirus possiamo sperare in una ripresa rapida, ma dobbiamo abbandonare la prospettiva risarcitoria e investire in innovazione". Alessandro Petretto (nella foto tonda), professore ordinario di economia pubblica all’Università di Firenze e consigliere speciale per le politiche economiche del sindaco di Firenze, Dario Nardella, guarda con ottimismo al dopo-pandemia. A condizione però che il nostro Paese riesca a fare le giuste scelte.

Professore, partiamo dai tempi, quando potrà iniziare la ripartenza?

"Difficile dirlo al momento. C’è chi parla di una terza fase della pandemia, ma sperando che non ci sia, si potrebbe ripartire nel 2021, il che coinciderebbe con l’arrivo dei fondi Next Generation Eu".

Quanto tempo servirà per tornare ai livelli pre-Covid?

"Le crisi come quella che stiamo attraversando hanno spesso un andamento a V, con una ripartenza tanto forte e rapida quanto la fase discendente. Lo si sta già vedendo in Cina che, superata la pandemia, sta tornando a correre come prima. Per quanto riguarda l’Italia però, in passato abbiamo dimostrato di non avere una capacità di ripresa veloce perché frenati da varie problematiche strutturali del tessuto produttivo. A fronte di un export molto dinamico, il "corpo principale" del nostro tessuto economico è lento. Io amo descriverlo come un ‘corpaccione’ elefantiaco e goffo".

Cosa incide in questa lentezza?

"Siamo un Paese ad alta industrializzazione e questo ci aiuta, ma abbiamo difficoltà importanti nel settore dei servizi e della pubblica amministrazione, che non sono paragonabili a quelli dei grandi Paesi europei e anglosassoni. Non sono adatti a favorire una transizione al digitale, sia nel pubblico che nel privato. Da noi i servizi tendono a sostituire l’industria, invece di essere al suo servizio".

Ci spieghi meglio…

"Banalizzando, ci sono troppe pizzerie e pochi istituti di ricerca. Da noi un giovane che ha, per esempio, alte competenze nella consulenza finanziaria, finisce per trovare lavoro in una pizzeria o nel turismo e non nel terziario evoluto. L’occupazione si sposta verso attività che sono redditizie, anche molto, ma che non hanno il contenuto tecnologico che ci si aspetta da un’economia avanzata. Abbiamo una grande capacità di produrre ingegneri, tecnici e chimici, per fare qualche esempio, ma non vengono utilizzati dall’industria italiana perché le imprese non hanno sufficiente capacità di assorbire queste figure. Abbiamo alle spalle almeno un paio di decenni di crescita lenta della produttività, anche se nessuno ha prestato molta attenzione al fenomeno. Ora questo meccanismo può incidere negativamente sulla ripartenza. Un altro elemento che potrebbe frenarla è la scarsa concorrenzialità".

Partendo da questo quadro, come si può guidare la ripartenza?

"Per ora l’intervento pubblico è solo risarcitorio, ma bisognerà fare delle operazioni diverse, quelle indicate nell’ambito dei fondi europei Next Generation Eu. Occorre investire in attività capaci di trasformare la nostra economia, rendendola più avanzata. Va sostenuto l’investimento privato, facendo sì che l’investimento pubblico sia un aiuto e mai un freno. Bisogna lavorare molto nella transizione al verde e al digitale, puntando sulla sostenibilità ambientale e sulla capacità innovativa".

I temi ambientali sono stati un cavallo di battaglia dei mesi pre-Covid. Oggi però l’attenzione sembra un po’ calata. Cosa succederà secondo lei dopo l’ondata pandemica?

"Il Covid ha messo momentaneamente in secondo piano molte tematiche, inclusa quella ambientale, ma il trend rimane. C’è una tendenza evidente del sistema delle grandi imprese, votate all’internazionalizzazione e capitalizzate, che hanno saputo coniugare la sostenibilità ambientale all’acquisizione di utili e profitti. È un fenomeno che ha iniziato a destare molto interesse perché è stato premiato dal mercato, a partire dalle società quotate in borsa. Insomma la questione green tornerà centrale, ma anche qui va chiarita la prospettiva: un’azienda con 20 dipendenti si muove con difficoltà in questo ambito se agisce da sola. Occorre procedere ad accordi territoriali e strutture coordinate, in modo che anche le piccole imprese possano rafforzare la loro posizione sul mercato. Serve, ancora una volta, intervenire tramite incentivi e soprattutto con una politica economica mirata".