Nel tondo: Emmanuele Massagli, presidente di Aiwa, l’associazione delle imprese che fanno welfare
Nel tondo: Emmanuele Massagli, presidente di Aiwa, l’associazione delle imprese che fanno welfare

Partiamo dai numeri: quali sono le dimensioni del welfare aziendale in Italia?

«Sono circa 6 milioni i lavoratori coperti da qualche forma di welfare erogato in azienda in larghissima parte nel settore privato, avvisa Emmanuele Massagli, Presidente di Aiwa, l’associazione delle imprese che fanno welfare in Italia –. I datori di lavoro interessati sono oltre 200.000. Il valore medio del piano per singolo dipendente è di circa 800 euro all’anno. Sono numeri di assoluto rilievo, moltiplicati dopo gli interventi legislativi del 2016, che abbiamo rilevato pochi mesi fa insieme con ricercatori di Secondo Welfare, nell’ambito della prima ricerca sul mercato degli operatori del settore, i provider».

Ma che cosa si intende per welfare aziendale? A quali servizi si fa riferimento?

«Il termine è solitamente usato con accezioni molto generiche o a-tecniche, che non aiutano la comprensione precisa del fenomeno. La definizione più comprensibile, nella sua sinteticità, l’ha fornita la Agenzia delle Entrate. In Aiwa ci siamo permessi di riformularla per essere ancora più diretti: si tratta dei beni e servizi corrisposti al dipendente in natura o sotto forma di rimborso spese aventi finalità di rilevanza sociale e per questo esclusi, in tutto o in parte, dal reddito di lavoro dipendente, quindi non gravati da tasse e contributi».

Quando e come si può fare welfare aziendale?

«A oggi il welfare aziendale può essere riconosciuto per decisione della singola azienda, anche in accordo con i sindacati interni. È il cosiddetto welfare on top, la pratica aziendale più complessa e genuina di riconoscimento del welfare, come modalità attraverso la quale viene riconosciuto il premio di produttività – cosiddetto welfare di produttività, permesso dal 2016 – in adempimento a disposizioni del contratto collettivo nazionale, ilcosiddetto welfare del contratto nazionale, novità del 2017».

C’è chi sostiene, però, che il welfare aziendale costi troppo come benefici fiscali e che andrebbe tagliato per finanziare misure a vantaggio di tutti i dipendenti e non solo dei lavoratori della grande impresa.

«Nell’implementare misure giuste e in grado di fare stare meglio lavoratori e imprese non si esagera mai, per definizione. Chi sostiene la posizione che mi ha rappresentato non conosce il meccanismo che alimenta il welfare aziendale o è in cattiva fede. Se infatti da una parte è vero che il welfare determina un minore gettito contributivo (nel solo caso del welfare di produttività, però) e fiscale, dall’altro è innegabile che genera economie rilevanti, molto più elevate del suo costo. Si pensi al maggiore introito Iva, ai posti di lavoro generati nei servizi finanziabili, alla emersione del nero tipico dei lavoretti rimborsabili nei piani di welfare. Insomma, ci guadagnano tutti: lavoratori, impresa e Stato».

È possibile potenziare ulteriormente questo strumento?

«Senza dubbio. Personalmente sono convinto che il welfare aziendale avrà un futuro ancor più roseo se il legislatore, le aziende, i sindacati e gli stessi provider sapranno esaltare la sua funzionalità sociale, senza bisogno di censurare il, pure effettivo, vantaggio economico. Come Aiwa è oramai da due anni che proponiamo al legislatore di ampliare i servizi a disposizione dei lavoratori permettendo loro di cedere il credito welfare ai colleghi con esigenze di cura familiare; di donare tutto o parte di quanto loro riconosciuto alle realtà del terzo settore, magari le stesse già censite nell’elenco del cinque per mille; di vedersi rimborsate le spese sostenute per l’affitto dell’alloggio del figlio che sia in altre città o in altro Stato per motivi di studio; di potersi avvalere del rimborso anche per le spese sostenute per gli animali domestici. Solidarietà sul luogo di lavoro, finanziamento del terzo settore, responsabilizzazione dei giovani e cura dei molti amici a quattro zampe che contrastano la crescente solitudine: sono politiche di primaria importanza per la società che possono essere parzialmente realizzate senza dipendere soltanto dai fondi pubblici (scarsi), ma avvalendosi del welfare aziendale».