di Francesco Delzio

È stata l’estate più orribile che si ricordi – quella 2020 – per il turismo italiano. A causa delle limitazioni causate dal virus, infatti, molti alberghi non sono riusciti neanche ad aprire i battenti: il settore è stato ed è ancor oggi il più colpito dalla pandemia, senza aver ancora ricevuto aiuti (davvero) significativi dal Governo.

Ha dovuto chiudere soprattutto chi ha nella clientela estera il suo target di riferimento, in particolar modo nelle città d’arte. Ma in assenza di americani, russi e cinesi, e proprio per ragioni di cautela sanitaria, molti italiani hanno fatto una scelta ‘patriottica’ puntando sulla bellezza dei luoghi di villeggiatura nostrani al mare e in montagna. Ciò paradossalmente ha reso questa travagliata stagione turistica un test molto interessante per l’offerta del turismo italiano, perché i clienti italiani sono in media – per i nostri albergatori – i più esigenti e i più difficili da fidelizzare: la loro presenza in massa nelle strutture ricettive nazionali, dunque, ha rappresentato una sfida complessa sul piano del rapporto qualità-prezzo. È una sfida di cui è impossibile sintetizzare gli esiti, ma che ha tracciato la rotta da seguire per il futuro prossimo. Appena sarà possibile riaprire e ripartire, non potendo agire sulla leva del prezzo a causa dei costi medi di gestione superiori a quelli di molti concorrenti dell’Europa meridionale e dell’Africa mediterranea, l’unica vera prospettiva per il turismo italiano sarà un rafforzamento significativo della qualità dell’offerta.

In concreto ciò comporterà un bel salto gestionale per decine di migliaia di alberghi, villaggi, ristoranti e bar: più managerialità, più cultura del cliente, più servizi e meno improvvisazione familiare, meno provincialismo imprenditoriale, meno comportamenti da rentier. Ma non basta. In parallelo sarà necessario soddisfare desideri e tendenze del turismo internazionale di qualità, ampliando nettamente il catalogo di esperienze da offrire al turista premium. Basterebbe incrociare in modo continuo, diffuso e strategico due fattori per i quali l’Italia è considerata unica al mondo: il patrimonio culturale-artistico e la qualità della vita. Per troppi anni ci siamo cullati sulla forza del primo, senza capire che solo il secondo consente di allungare la permanenza media dei turisti e di farli tornare una seconda volta nello stesso posto.

Non sarà una sfida facile, soprattutto a causa dell’estrema frammentazione delle aziende turistiche italiane (come in ogni settore del nostro sistema imprenditoriale). Ma si tratta di una frontiera da attraversare, in questa fase storica, per garantire la sopravvivenza di un comparto così importante per l’economia nazionale e per la reputazione dell’Italia nel mondo. O si fa la qualità, o si rischia (a medio termine) di chiudere per sempre.

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