Rami Malek, Olivia Colman, Regina King e Mahershala Ali (Ansa)
Rami Malek, Olivia Colman, Regina King e Mahershala Ali (Ansa)

Los Angeles, 25 febbraio 2019 - E' la grande notte degli Oscar 2019 a Los Angeles. Al Dolby Theatre è andata in scena la cerimonia più seguita d'America: a trionfare è stata la commedia interrazziale "Green Book" di Peter Farrelly. Migliore attore Malek-Freddie Mercury (VIDEO) ("Abbiamo raccontato la ricerca di un'identità, un uomo gay immigrato che ha vissuto la sua vita essendo semplicemente se stesso; anch'io sono figlio di immigrati egiziani"), migliore attrice la  straziante regina gay della "Favorita" l'attrice britannica Olivia Colman (e grande delusione per Glenn Close). In tutto quattro le statuette a "Bohemian Rhapsody". Tre Oscar a Cuaron per "Roma", film in bianco e nero e in profondità di campo che volge lo sguardo poetico sugli ultimi della società partendo dal cuore immenso della cameriera indigena messicana interpretata da Yalitza Aparicio: a "Roma", prodotto da Netflix, le statuette di miglior film straniero, regia, fotografia. Lady Gaga vince per la migliore canzone. Tre Oscar ("minori") al kolossal "Black Panther": costumi, scenografia, colonna sonora. Mentre Spike Lee (sceneggiatura non originale) infiamma il pubblico: "Il nostro Paese è stato costruito dai sacrifici degli schiavi e dei nativi americani. Le elezioni sono alle porte, facciamo la cosa giusta: votiamo per l'amore e non per l'odio".

Oscar, Green Book e gli attacchi dalla famiglia di Don Shirley

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Il primo Oscar va all'attrice non protagonista Regina King, "Se la strada potesse parlare", sconfitte le due perfidone mattatrici de "La Favorita" Emma Stone e Rachel Weisz. Oscar per il miglior documentario a "Free Solo". L'Oscar a Regina era ampiamente annunciato: il film di Barry Jenkins, già Oscar per "Moonlight", ambientato ad Harlem negli anni Settanta, è tratto da uno dei più famosi e amati libri di James Baldwin, romanzo sulla questione razziale, scritto dopo gli asssassinii di Malcolm X e Martin Luther King. L' Oscar al trucco, ovviamente, va al veterano Greg Cannom (in carriera già 4 statuette compresa quella per "Mrs Doubtfire")  creatore della trasformazione in Dick Cheney di Christian Bale in "Vice". Oscar ai costumi (prima donna afroamericana a vincerlo) e alla scenografia per "Black Panther".

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Il primo della storia a essere aperto da una performance dei Queen più Adam Lambert, l'Oscar 2019 è  - a dire la verità - il più veloce del West:  dopo la ridda di polemiche per dichiarazioni omofobe che aveva investito il designato Kevin Hart, abolito il ruolo  ruolo del presentatore, i premi si susseguono uno via l'altro, senza sosta. Il primo Oscar a "Roma" è quello - impossibile non ottenerlo - per la fotografia, firmata dal regista Alfonso Cuaron: "Siamo tutti parte della stessa emozione, tutti parte dello stesso oceano", è il commento del maestro messicano. A Emilia Clarke, la regina Daeneris del Trono di spade, il compito di introdurre la prima pausa musicale, e subito dopo "Bohemian Rhapsody" guadagna in scioltezza l'Oscar al miglior montaggio musicale, così come quello per il miglior montaggio sonoro. Notevole anche il terzo Oscar di "Bohemian", quello del montaggio - tout court - andato a un'opera dalle travagliatissime peripezie registico-produttive.

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Miglior film straniero è "Roma", di Cuaron: la vittoria suona quasi come un brutto presentimento: questo Oscar preclude probabilmente la vittoria del premio maggiore, nel quale in moltissimi hanno finora sperato. Migliore attore non protagonista? Mahershala Ali, per "Greeen Book": Ali, il pianista Don Shirley on the road affiancato da Viggo Mortensen, è al secondo Oscar da non protagonista (altro record), dopo quello già vinto con "Moonlight". 

L'Italia può festeggiare: l'Oscar al miglior film d'animazione è per il rivoluzionario, geniale (e ancora molto afroamericano)  "Spider-Man: un nuovo universo", cui ha collaborato la marchigiana Sara Pichelli (ma per lei nella nevrotizzata cerimonia in corsa contro il tempo, nessuna citazione sul palco del Dolby Theatre). Subito dopo ennesimo tabù infranto da questa edizione: la parola mestruazioni pronunciata in diretta dalle sei realizzatrici del cortometraggio documentario Oscar, l'indiano "Period", dedicato al ciclo come stigma sociale.

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Effetti speciali: l'Oscar è per "Il primo uomo", la storia di Neil Armstrong raccontata da Damien Chazelle, ma il vero effetto speciale della serata è il duetto che segue: Bradley Cooper e Lady Gaga salgono sul palco, mano nella mano, lui bellissimo, lei in un sontuoso abito lungo nero, i capelli platinati raccolti, i brillanti che scintillano al collo. Gaga al pianoforte accompagna e duetta con Bradley "Shallow". E' rinata una stella, anche due.

Il secondo Oscar a "Green Book" è quello guadagnato per la migliore sceneggiatura originale, firmata Peter Farrelly, l'ex regista (in coppia col fratello) di film un filo intellettuali e molto demenziali tipo "Tutti pazzi per Mary". Ma è l'Oscar alla sceneggiatura non originale, consegnato dall'amico Samuel Jackson, quello che infiamma il Dolby Theatre: a vincerlo è Spike Lee, "Blackkklansman": "Questo Paese è stato creato dagli schiavi e dal sacrificio dei nativi americani. Mia nonna era una schiava e grazie ai suoi sacrifici io adesso sono qui. Rendo omaggio ai nostri antenati e vi dico: le elezioni sono dietro l'angolo, possiamo fare la scelta giusta: l'amore invece dell'odio". 

Primo Oscar anche per Lady Gaga, che ringrazia in lacrime, vere, reali, emozionanti, per aver scritto la migliore canzone ("Shallow", appunto): "Non si tratta solo di vincere, dice, dipende tutto da quanto credi nel tuo sogno, da quanto lavori e insisti e provi e riprovi di fronte ai rifiuti e alle porte chiuse, per realizzarlo". 

Come in un ideale passaggio di testimone a succederle sul palco è, col basco nero di brillantini in testa, un'altra icona quale Barbra Streisand. Sta a lei presentare la cilp dedicata a uno dei più potenti e politici film in corsa tra i migliori, quello appunto firmato da Spike Lee, già vincitore di un Oscar alla carriera nel 2016. Poi è il momento del migliore attore: ed è - chi altri mai? - Rami Malek, Freddie Mercury, accolto dalla standing ovation. "Ringrazio mia mamma, e mio padre che mi guarda da lassù. Ringrazio i Queen per essere stato una parte piccolissima di voi. So che io non ero la prima scelta.. Noi abbiamo voluto raccontare la storia di un bambino in cerca di un'identità, di un uomo gay, immigrato, che ha vissuto la sua vita essendo semplicemente se stesso. Anch'io sono figlio di immigrati egiziani. Vi ringrazio, e ringrazio la mia Lucy, sei il mio cuore". Lucy è Lucy Boynton, la fidanzata dell'attore conosciuta sul set di "Bohemian Rhapsody". Mentre _ tanto per curiosità _ il mito di Malek, 37 anni e finora ai margini dello star system (prima dell' Emmy per Mr Robot tra un provino e un telefilm e l'altro consegnava pizze) è Omar Sharif.  

Sorpresa invece per la migliore attrice: batte la favoritissima Glenn Close, la Regina Anna di Gran Bretagna Olivia Colman, straordinaria monarca gay disturbata e straziata dal peso del potere e dalla mancanza d'amore della "Favorita" di Lanthimos. Olivia non sa quasi cosa dire: manda un bacio a Lady Gaga, sorride, ricorda che in passato ha fatto anche la cameriera (the cleaner), si scusa con Glenn che resta a mani nude, alla settima nomination.

E' Guillermo Del Toro a premiare il migliore regista, e la "famiglia" latinoamericana si ritrova ancora una volta insieme ai vertici dell'Academy: il migliore regista è Alfonso Cuaron, che nel discorso di ringraziamento non manca di citare Netflix ma soprattutto parla della sua storia: "Una storia che racconta di una ragazza india, di un'ultima nella catena sociale. Parla di chi non è mai guardato, mentre il nostro compito di registi è spostare lo sguardo lì, altrove. Dove nessuno guarda. Grazie Messico".

Miglior film "Green Book", di Peter Farrelly. Parabola interrazziale, certo, ma probabilmente il film più "leggero" e pop del mazzo, meno politico di "Blackkklansman", meno disturbante della "Favorita", meno sperimentale commovente e pur in bianco e nero, rivolto al futuro, di "Roma". Farrelly dedica la vittoria a Spielberg e all'amica Carrie Fisher. L' Academy probabilmente dedica la vittoria al pubblico che continua ad affollare le sale, con quella che è e resta comunque una commedia. La dedica molto meno a chi scommette sul coraggio del sentimento, sulla poesia della profondità di campo, sugli ultimi eroi della società e sui nuovi visionari dello streaming. Ma siamo a Hollywood, domani è un altro giorno. Da passare, probabilmente, guardando Netflix.

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