Paolo Galluzzi presidente del Comitato  Nazionale per i 500 anni  dalla morte  di Leonardo
Paolo Galluzzi presidente del Comitato Nazionale per i 500 anni dalla morte di Leonardo

Il 2019 sarà un anno di festa, un anno destinato a celebrare e conoscere meglio la vita e l’opera rivoluzionaria dell’artista del Rinascimento più amato e ricordato. A Paolo Galluzzi, direttore Del Museo Galileo, Istituto e Museo Nazionale di Storia della scienza di Firenze e presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, chiediamo quale sia il segreto di questo interesse in perenne ascesa. «Simbolo immortale di un’Italia culla di cultura e splendore, riassumerei in tre i punti focali che hanno reso iconica la figura di Leonardo da Vinci», spiega.
Ovvero, professor Galluzzi?
«In primis, il mistero. L’aspetto chiave che lo stesso artista ha contribuito a costruire con il suo modo di autoritrarsi - scrivendo da sinistra verso destra, in realtà semplice conseguenza del suo essere mancino, progettando cose spesso senza concretizzarle - è proprio quel suo essere un personaggio carico di segretezza. Pittore, ingegnere e pensatore, ha lasciato un patrimonio di cose non dette o pressoché impossibili da capire. Sulla scia di una suggestione tra mito e mistificazione, ecco che l’autore de ‘La Gioconda’ ha decretato il successo di un’infinità di film e libri».
Un esempio per tutti, il ‘Codice da Vinci’.
«Nel suo bestseller Dan Brown ha rappresentato con un mezzo di comunicazione globale il mito del Leonardo notturno, il Leonardo mago che non ha niente a che fare con la sua autentica fisionomia. È un’operazione legittima, basta prenderla per quello che è: una costruzione di fantasia che non va confusa con la ricostruzione storica di un uomo che è stato artista, scienziato, tecnico, progettista, filosofo e anche letterato. Leonardo non ha niente di misterioso. A creare l’equivoco di un autore avvolto nel mistero è la difficoltà di chi non si applica con la necessaria competenza per decifrare la complessità dei ragionamenti che il Genio toscano sviluppa nei suoi codici».
Il secondo aspetto, professore?
«Le invenzioni. Qualsiasi oggetto per Leonardo di-venta una forma che va capita, la cui genesi è legata a dinamiche che rispondono a paradigmi geometrici. È stato percepito come il precorritore delle più grandi invenzioni, diventate realtà secoli più tardi. A noi sono arrivati i disegni di macchine volanti, l’automobile, il sottomarino. Oggetti che lui sapeva benissimo che ai suoi tempi non avrebbero funzionato».
Allora perché studiarli?
«Era fondamentale capire il movimento, concetto che si applica a tutti gli aspetti della natura, dalle foglie di un albero mosse dal vento alle nuvole del cielo, dal volo degli uccelli ai moti della mente. Non a caso in ottobre è in programma al Museo Galileo di Firenze una mostra sul moto perpetuo, basata sull’interrogativo di Leonardo, se fosse possibile costruire una macchina capace, una volta messa in moto, di funzionare senza interventi esterni».
Il terzo punto?
«L’universalità della sua conoscenza. In gioventù Leonardo andò a bottega dal Verrocchio; fondamentale per la sua formazione è stato proprio l’aver lavorato fianco a fianco con un artista così versatile. Verrocchio lo aveva incoraggiato a una visione analitica oggettiva della natura e delle cose, supportata dalla conoscenza della geometria, della matematica e della prospettiva».
Questi tre punti sono parte intrinseca della lezione di Leonardo?
«Tutt’altro. Rappresentano solo l’immagine che ci arriva di lui. La percezione, in qualche misura deformata, della sua personalità appare totalmente diversa se letta attraverso il contesto nel quale visse e la scrupolosa analisi dei documenti e delle opere che ci sono pervenute. C’è insomma un Leonardo protagonista della storia e della cultura del tempo nel quale visse e un Leonardo nostro contemporaneo, figlio delle nostre aspettative e dei nostri sogni. E questi due ritratti di Leonardo sono agli antipodi l’uno rispetto all’altro. Il Leonardo che riscuote successo nell’immaginario collettivo è il secondo, ma appare spesso una caricatura del primo».
Soluzioni, professor Galluzzi?
«Uno degli obbiettivi delle Celebrazioni è proprio quello di avvicinare la fisionomia del secondo a quella del primo».
Leonardo ha indagato le scienze, ma anche creato capolavori immortali.
«Per lui la rappresentazione è un’attività strettamente dipendente dalle leggi rigorose dell’ottica, puntando sullo studio delle ombre. Lo studio delle ombre riveste per lui più importanza perfino di quella della luce perché determina il rilievo dell’oggetto, la sua apparenza tridimensionale. La magia della pittura di Leonardo sta in grande misura nell’ombra».
Esiste un’opera capace di affascinare anche un rigoroso uomo di scienza come lei?
«Senza dubbio la ‘Vergine delle Rocce’ del Louvre. Le montagne, le caverne, i corsi d’acqua rappresentano la visione del mondo di Leonardo, la partico-lare impostazione della sua ricerca, mirata a pene-trare i segreti dei fenomeni dell’universo. Leonardo raffigura le rocce stratificate (indice del trascorrere del tempo, che consuma tutte le cose) e il paesaggio considerando i fattori fisici e variabili della luce, della prospettiva. Creando quell’immenso capolavoro che tutti noi conosciamo».