Leonardo
Leonardo
Il temperamento riflessivo di Leonardo che rallentava la sua produzione artistica era destinato a metterlo in contrapposizione con il grande genio rivale con il quale lottava per il primato delle arti in Italia, Michelangelo Buonarroti. La complessità che Leonardo attribuiva alla sua ricerca artistica sembrava a Michelangelo una rivendicazione di superiorità intellettuale, destinata a ricacciare la scultura nell’ambito rozzo delle attività manuali. Il contrasto tra i due fu fortissimo e la traccia più significativa ci viene tramandata da un cronista toscano cinquecentesco, l’Anonimo Gaddiano che racconta come un giorno s'incontratisi Michelangelo e Leonardo in una di quelle riunioni collettive di discussione filosofeggiante che impegnavano i cittadini di Firenze nell’era di massima fioritura intellettuale della città. Leonardo, visto avvicinare Michelangelo al gruppo di amici impegnato in una discussione su Dante, e conoscendo, come ogni fiorentino l’amore e la passione che Michelangelo dedicava al poeta, invitò gli amici a chiedere a Michelangelo la sua posizione sul tema di cui si dibatteva. Michelangelo, forse equivocando, ma piuttosto in cerca di una lite con il vecchio artista lo aggredì invitandolo piuttosto a spiegare perché mai con tutta la sua filosofia non fosse riuscito a fondere il cavallo di bronzo per Ludovico Sforza a Milano dopo averci lavorato quindici anni. Rincarò l’umiliazione ricordandogli che lì a Firenze non poteva darla a bere con le sue chiacchiere (tali considerava Michelangelo le speculazioni teoriche di Leonardo) perché quella era una città non di “capponi” così Michelangelo apostrofava i Milanesi, ma di gente pratica, avvezza a misurare gli uomini sulle cose concrete e non sulle elucubrazioni intellettuali. Nel suo modo brutale e aggressivo, il giovane Michelangelo metteva a fuoco il problema centrale della vita produttiva di Leonardo e la difficoltà che la sua avidità di conoscenza gli creava proprio nella città natale dove la tradizione del fare e della concretezza non lasciava scampo a uomini inclini alla speculazione dispersiva come Leonardo. Il suo maestro Verrocchio aveva non solo fuso un grande cavallo di bronzo ma aveva anche fuso la grande palla di bronzo dorato per la lanterna del duomo di Firenze, mentre Leonardo, uscito proprio dalla bottega del Verrocchio, continuava a lasciare la propria città in attesa di una grande impresa artistica che non ci sarebbe mai stata. Poco dopo quell’incontro i due artisti furono chiamati dalla Signoria ad un confronto diretto, impietoso sulla pittura delle due battaglie sui muri di Palazzo Vecchio. Per una strana circostanza nessuno dei due portò a termine l’impresa, ma Leonardo che l’aveva cominciata dovette subire l’onta di un suo immediato deterioramento. Mentre Michelangelo ebbe modo tranquillamente di dedicarsi alle imprese romane, dal momento che in città a glorificare la propria fama aveva lasciato il David che tutti chiamavano il “Gigante”, con il quale aveva dimostrato una perizia tecnica e una capacità pratica che non sarebbero state superate da nessun fiorentino. In quell’epoca e in quella successiva.
Antonio Forcellino