La Conca di via Senato, uno dei passaggi più suggestivi del complesso sistema dei Navigli
La Conca di via Senato, uno dei passaggi più suggestivi del complesso sistema dei Navigli
«L’acqua è infra li quattro elementi il secondo men grave e di seconda volubilità (…) Questa è l’aumento e l’umore di tutti li vitali corpi (…) Volentieri si leva per il caldo in sottile vapore per l’aria. Il freddo la congela, stabiltà la corrompe». Leonardo era fiero del primato dell’esperienza, la grande virtù dei semplici che gli ispirò la memorabile descrizione. E in Lombardia, ricchissima di acque - grandi fiumi, torrenti, fontanili, rogge -, egli sapeva di trovare pane per i suoi denti. Innanzi tutto i Navigli, che al suo arrivo esistevano già da qualche secolo. Lui vi si applica, disegna e progetta miglioramenti per il Martesana, pensa a nuovi sistemi di conche sul Ticino, realizza le chiuse che si chiameranno “porte vinciane”, indica il modo di far passare le barche dallo stesso Martesana alla Cerchia interna. Il salto temporale è vertiginoso, abbandoniamo Leonardo (non la sua lezione) per visitare la seconda metà dell’800, quando nell’alta pianura di Milano, dalla diga del Pan Perduto di Somma Lombardo a sfociare nell’Adda, presso Cassano, lungo un percorso di 86 chilometri, viene costruito quel che molti chiamano “l’ultimo Naviglio”. Parliamo del Canale Villoresi, il secondo canale artificiale più lungo d’Italia (dopo l’Emiliano-Romagnolo), che attraversa 7 province e interessa 264 comuni. Numeri che avrebbero impressionato persino il genio di Vinci, al quale certo guardò l’ingegnere Eugenio Villoresi (1810-1879) nello schizzare il progetto dell’opera oggi gestita dal Consorzio Villoresi, cui la Regione ha affidato tutte le acque lombarde.
«Il fascino dei Navigli . Pensi che io ho notato in via San Marco, dov’era una volta la Conca, un turismo straniero con gruppi di visitatori ai quali le guide spiegano com’era Milano con la Cerchia aperta». L’incontro è con gli ingegneri Giuseppe e Alessandro Villoresi, padre e figlio, pronipoti di Eugenio (il bisnonno del primo, Filippo, gli era fratello). I due professionisti si accalorano, l’evocazione di Leonardo e dei suoi studi li entusiasma, perché il governo delle acque era anche l’ossessione del loro avo, grazie al quale una buona parte della Lombardia un tempo siccitosa, 114 mila ettari, riceve oggi la vita dal canale che ne porta il nome. La prospettiva di una riapertura del Naviglio interno li trova naturalmente favorevoli.
Quali problemi , chiediamo, incontrerebbe una riapertura della Cerchia? «Non più di quanto si pensi: il battente d’acqua del Naviglio è poco profondo, è molto più complicato costruire parcheggi o realizzare la metropolitana. Quel che conta è saper coordinare la riapertura con la vita della città, riorganizzando traffico e viabilità». Ritrovando il suo Naviglio, Milano si scoprirebbe propensa a un ritmo meno affannato? «Sì, la Cerchia potrebbe diventare il perimetro d’una grande piazza compresa tra il Duomo e l’acqua, uno spazio adeguato alle necessità della Milano moderna, che potrebbe anche essere pedonalizzato». Il Canale Villoresi percorre un territorio vastissimo, incrocia qualche angolo già battuto da Leonardo? «A Paderno d’Adda è certa la sua presenza. Il Naviglio di Paderno era stato costruito dopo i suoi primi studi per permettere la navigazione tra Milano e il lago di Como. L’Adda ha in quel punto un percorso molto scosceso, e le chiuse servivano proprio per fare la “scala d’acqua”». L’acqua che “salta”, superando dislivelli anche notevoli, e che per far passare le barche viene resa “piana” dalle conche. È l’affascinante mondo dei fluidi, che appassionò Leonardo da Vinci e, dopo di lui, una inesauribile schiera di ingegneri votati all’idraulica come lo stesso Eugenio Villoresi, tutti piegati sulle carte a studiare come condurre l’acqua «da uno loco ad uno altro»