Vittorio Sgarbi
Vittorio Sgarbi
Nel 1486 Ludovico il Moro, reggente del ducato milanese, aveva fatto costruire la Sforzesca, una moderna tenuta agricola sui cui terreni aveva introdotto su larga scala e con tecniche moderne la coltivazione del riso e del gelso (le cui foglie erano destinate all’allevamento del baco da seta). I lavori di bonifica e di sistemazione idraulica della Sforzesca coinvolsero Leonardo nei primi mesi del 1494: il maestro si era presentato 12 anni prima alla corte milanese, vantando capacità ingegneristiche civili e militari e, appunto, “di conducere acqua da uno loco ad un altro”, perciò dovette occuparsi di “uno incastro di Vigievine”, delle “mulina di Vigievine” e delle “vigne di Vigievine”. Ma da dove venne tratta l’acqua per l’irrigazione del nuovo grande tenimento della Sforzesca e per il movimento dei suoi mulini? Dal 1487-88 il Moro avviò lo scavo di un nuovo grande canale che, estraendo acqua dal fiume Sesia all’imbocco della sua bassa valle, la portava fino a Vigevano. Per assicurarne la portata regolare, il canale si interseca con i fiumi e i torrenti del territorio novarese (Sesia, Agogna, Terdoppio e Ticino) sfruttando pure alvei artificiali di origine medievale.
La direzione dei lavori fu affidata a Giuliano Guascone, ingegnere ducale, ma nella tradizione novarese la Roggia Mora (questo il nome del nuovo canale voluto dal duca) è indicata come opera di Leonardo da Vinci. È facile capirne le ragioni. Leonardo si era occupato a più riprese della rete dei navigli lombardi e dei problemi connessi con la loro navigabilità. Inoltre, come abbiamo detto, era intervenuto direttamente alla Sforzesca. Ma c’è un altro elemento interessante: Leonardo salì sul Monte Rosa, la seconda cima delle Alpi, da cui scendono le acque che irrigano la Sforzesca, e ne lasciò testimonianza in un appunto famoso del Codice Leicester, laddove ricorda la “sperienzia di Monboso” (ossia del Rosa), sul quale compì attente osservazioni sui fenomeni atmosferici legati alle temperature e all’umidità dell’aria.
Resta incerto da quale valle Leonardo sia salito al Rosa, se dall’Ossola o dalla Valsesia. In questo secondo caso, avrà percorso le strade che costeggiavano le rogge e i torrenti da cui in quegli anni si realizzava la Roggia Mora. Nata per le esigenze di un possedimento personale del duca (e inizialmente contraria agli interessi dei ceti dirigenti novaresi), la Mora avrebbe però rivoluzionato e rimodellato il paesaggio, l’economia e la cultura delle terre attraversate. Con le sue acque giravano decine e decine di mulini, si irrigavano prati sempre più fertili, si incentivavano agricoltura e viticoltura. L’allevamento bovino ne veniva incentivato, e con esso la produzione di pellami e calzature, già fonte di ricchezza per la città di Novara in età medievale e che avrebbe reso famosa Vigevano nel settore calzaturiero. Altra conseguenza notevole fu l’affermarsi del modello insediativo della cascina a corte chiusa, vero “iconema” della pianura padana, come la definì il geografo Eugenio Turri. Tutto questo accresceva la ricchezza dei grandi e medi proprietari terrieri, ma si tradusse anche in un impulso dato alle arti. I castelli, le chiese e le cappelle della campagna novarese e vigevanese si arricchirono di una fioritura pittorica eccezionale, dovuta a maestri locali come i Cagnoli, i De Canta, i Merli e i De Bosis: figure modeste, se paragonate alla grande pittura del Rinascimento italiano, ma esse costituirono il terreno da cui sarebbero in breve sbocciati artisti dell’importanza di Gaudenzio Ferrari, di Bernardino Lanino e dei Giovenone. Nel segno leonardesco del “conducere acqua da uno loco ad un altro”, e forse anche con il diretto intervento del genio vinciano, il territorio novarese trovava e lentamente costruiva una fisionomia che lo avrebbe caratterizzato nei secoli a venire.