Nicola Samorì, Studio per L’Ultima Cena  (Interno assoluto), 2019, olio e zolfo su rame
Nicola Samorì, Studio per L’Ultima Cena (Interno assoluto), 2019, olio e zolfo su rame

Miracolo di continuità, l’Ultima Cena di Leonardo. Lo specchio più grande in cui ognuno possa proiettare i propri segreti. Dimostrazione che la pittura, da lui collocata nel cuore delle attività dell’intelletto, nel cuore di ogni cultura, è un meccanismo d’instancabile fascinazione. Prodigio che suscita infinite riflessioni. Niente di più insidioso si poteva proporre agli artisti chiamati a misurarsi con la gloria ostinata di un capolavoro portato a termine nel 1497. E che è ancora il più famoso del mondo. Anish Kapoor, Robert Longo, Masbedo, Nicola Samorì, Wang Guangyi, Yue Minjun per L’Ultima Cena dopo Leonardo, alla Fondazione Stelline di Milano (2 aprile-30 giugno). Strategicamente davanti al Cenacolo delle Grazie. La mostra germoglia da un’idea di Alessandra Klimciuk, che delle Stelline è la responsabile Arte e Cultura, e s’impegna a prolungare la risonanza emotiva della serie The Last Supper, l’interpretazione di Andy Warhol inaugurata proprio nel Refettorio delle Stelline il 22 gennaio 1987, esattamente un mese prima che l’autore morisse a New York per una crisi cardiaca: «Dell’icona delle icone aveva preferito rielaborare i souvenir, le immagini prodotte per uso commerciale, facendo anche riproduzioni di una riproduzione in bianco e nero di una nota incisione del XIX secolo.
APPARENTEMENTE deciso a disattivare il sacro. Ma la sua ultima, quasi profetica, performance ha assunto all’improvviso un nuovo significato: epilogo di un percorso intimo volutamente nascosto intorno al tema religioso della fine della vita. Questo il segreto. Proiettato da the Pope of the pop (o padre della pop art) anche nella versione color magenta (in onore di corso Magenta, indirizzo del Cenacolo e delle Stelline), ora di proprietà del Credito Valtellinese». E i nuovi sei ardimentosi non temono il confronto con Warhol oltre che con l’originale leonardesco? «Solo gli artisti mediocri si sentirebbero intimiditi» non ha dubbi il curatore Demetrio Paparoni nel presentarli: «Tre opere sono realizzate appositamente da Robert Longo, Nicola Samorì e Yue Minjun. Il grande polittico di Wang Guangyi (mai uscito dalla Cina) è un inedito in Occidente, ed è stato importante averlo perché è la più importante opera dedicata all’Ultima Cena di Leonardo realizzata in Cina. I Masbedo hanno rielaborato un’opera che ci sembrava perfetta per la mostra, perché ha come soggetto le mani della restauratrice del Cenacolo: “Madame Pinin”, video dedicato a Pinin Brambilla Barcilon (22 anni passati sui ponteggi di Santa Maria delle Grazie a salvare il trionfo di dettagli che Leonardo aveva affidato a una tecnica temeraria e fallimentare, per portare su muro gli effetti della pittura da cavalletto ndr). Abbiamo lasciato Kapoor libero di scegliere quel che voleva in quanto, essendo un artista astratto, certamente non avrebbe potuto fare una rivisitazione in chiave figurativa; lui, il più leonardiano dei contemporanei per il suo rapporto con la scienza, è anche uno dei più grandi artisti viventi, gli sono legato dagli inizi degli anni Ottanta».
PREVEDIBILE che si discuterà molto attorno all’olio e zolfo su rame di Samorì. Il suo Cristo risulta scarnificato, solo un contorno. Del resto, girava già nel 1584 l’aneddoto secondo cui Leonardo, in difficoltà col volto della divinità, avesse preferito lasciarlo incompiuto. Insomma, la mostra tiene alta la tensione, un “metti, una sera a cena” per niente scontato: «Tutte le opere - promette Paparoni - sono mozzafiato. Messe in gioco in un equilibrio corale».