Il professor Marco Gaiani dell’Università  di Bologna
Il professor Marco Gaiani dell’Università di Bologna

Nome in codice: 8P. È il numero di inventario con il quale gli esperti chiamano il celebre Paesaggio di Leonardo da Vinci. Un disegno autografo che resta una pietra miliare nella storia dell’arte. Si tratta del «primo paesaggio puro» – cioè svincolato da un soggetto sacro o profano – dell’arte occidentale. Oggi, grazie al lavoro di un team di studiosi dell’Università di Bologna, è possibile vedere il disegno – grande poco meno di un foglio A4 – ingrandito fino a cinque volte, con effetto 3D, su uno schermo ad altissima definizione. «E scoprirne così, con semplici touch, i tanti piccoli e grandi segreti, quasi seguendo i movimenti della mano di Leonardo sulla carta», assicura Marco Gaiani, ordinario di Disegno al Dipartimento di Architettura dell’Ateneo bolognese.
Da dove cominciamo?
«Dalla fine. In realtà, i disegni sono due. Uno sovrascritto all’altro, realizzati in due momenti diversi. Lo avevamo già visto a novembre, assieme a varie altre cose. Ma per riservatezza eravamo stati silenziosi. Avevo mostrato tutto al mio Rettore che si era emozionato. Ora non solo tutto sarà sul catalogo, ma i visitatori della mostra potranno vedere anche loro, toccare, immaginare e capire, osservando quello che tutti noi che ci abbiamo lavorato, abbiamo potuto osservare in questi mesi».
Da cosa si deduce che i disegni sono due?
«Leonardo usa due inchiostri, di diverse tonalità. Chiara per il primo disegno; più scura per il secondo. Anche le penne usate sono diverse. Si vede dal calibro: il tratto chiaro è di 0,7 millimetri; quello scuro 1,2».
Sul soggetto si discute da sempre.
«C’è chi ci vede il Valdarno, intorno a Vinci, e chi ci vede la cascata delle Marmore. La nostra applicazione permetterà nuovi studi e forse di scoprire definitivamente il mistero».
In che periodo viene realizzato il disegno?
«Nel 1473. Ce lo dice lo stesso Leonardo, con la sua tipica grafia fiorita, nell’iscrizione autografa che si legge sul foglio: «Dì di Sta Maria della neve/addj 5 dagghosto 1473». Leonardo aveva 21 anni, ed era a bottega da Andrea del Verrocchio».
Venne disegnato dal vero?
«Difficile dirlo con certezza. I leonardisti propendono per un disegno realizzato in parte dal vero, en plein air, in parte in bottega».
Il foglio è disegnato su entrambe le facciate?
«Sì, e il verso, dove ci sono schizzi non di un’unica mano, è molto affascinante».
Che cosa si vede?
«Ci sono prove di matita, come si fa ancora oggi dopo avere temperato. C’è lo schizzo a penna di un paesaggio montuoso con un ponticello; ci sono una testa abbozzata capelli ricci, un uomo nudo, l’accenno di una figura femminile, un braccio con un busto».
Non tutta opera di Leonardo, diceva?
«Sembra di no. Secondo alcuni studiosi, il foglio sarebbe un prodotto di bottega, dove Leonardo e gli altri apprendisti buttavano giù appunti e schizzi. Una sorta di brogliaccio. Che poi, siccome la carta era preziosa e non andava sprecata, venne utilizzato da Leonardo anche sul retro, per disegnare il suo Paesaggio».
Come avete realizzato la soluzione tecnica che permette a tutti di scoprire i segreti di Leonardo?
«Il segreto è molto semplice: abbiamo fatto cinque rapide fotografie. Ma invece della classica macchina fotografica reflex, abbiamo utilizzato una specie di scanner con tre sensori lineari, di qualità infinitamente superiore».
La resa del colore e dei dettagli è perfetta, anche al massimo ingrandimento.
«Per illuminare il disegno ci siamo serviti di un sistema di luci LED di alta qualità che si avvicinano alla qualità della luce solare molto più delle tradizionali luci fluorescenti. Questo sistema, costruito appositamente, ha permesso anche di evitare danni al disegno. Il ricorso a un nuovo motore di rendering low-cost consente poi di fare visualizzare l’applicazione su qualunque computer o smartphone».
Chi ha lavorato al progetto?
«Per l’Università di Bologna hanno lavorato con me Fabrizio Ivan Apollonio, Giovanni Bacci, Andrea Ballabeni e Simone Garagnani; per Relio (illuminazione), Marco Bozzola; infine Roberta Barsanti, direttrice del Museo Leonardiano di Vinci, l’anima del progetto, e Roberto Palermo fotografo delle Gallerie degli Uffizi».