“Situs Viscerum” in un corpo femminile. Museo Leonardiano di Vinci.
“Situs Viscerum” in un corpo femminile. Museo Leonardiano di Vinci.
Leonardo da Vinci mostra una capacità di comprensione straordinaria delle espressioni del corpo umano e ci ha insegnato il metodo: lo studio, l’esperienza personale, la curiosità, lo spirito critico. Ne abbiamo parlato, a Careggi, con Donatella Lippi, professore di Storia della medicina e Medical Humanities all’Università di Firenze.
Professoressa Lippi, come si lega l’opera di Leonardo alla storia della medicina?
«Leonardo era una personalità talmente versatile ed eclettica, che può essere avvicinato da tantissimi punti di vista. Nella Storia della medicina rappresenta un capitolo difficile e complesso, e sarebbe riduttivo “imprigionarlo” sotto un’etichetta troppo vincolante. La sua stessa ricerca anatomica non può essere separata da un approccio filosofico. Leonardo è parte della storia del Pensiero».
Artista, inventore, ingegnere: quando e come manifesta l’interesse per il corpo umano?
«Il primo periodo di studi anatomici sistematici è collocabile intorno al 1489, quando si trovava a Milano. Qui si è concentrato sulla conformazione del cranio e del cervello. Predominano le dissezioni del sistema nervoso, connesso in particolare con l’occhio. I periodi noti durante i quali Leonardo si è impegnato negli studi e nei disegni anatomici corrispondono agli anni Ottanta e i primi anni Novanta del Quattrocento e, successivamente, vanno dalla metà del primo decennio del Cinquecento fino al 1517-18».
Come si collocano storicamente i diversi passaggi?
«I momenti comprendono gli studi condotti a Firenze nell’ambito strettamente artistico; gli studi milanesi del primo e del secondo soggiorno; quelli fiorentini del periodo della Battaglia di Anghiari; quelli romani e, infine, quelli dell’ultimo periodo in Francia».
Lei dice che l’esperienza fiorentina rimane fissata negli scritti, può fare un esempio?
«In un foglio della collezione di Windsor (RCW 19027v), Leonardo cita esplicitamente la dissezione del cadavere di un vecchio centenario, condotta nell’Ospedale di Santa Maria Nuova, nel cuore di Firenze. Correva l’anno 1507. Qui condusse anche la dissezione del cadavere di un bambino».
Quindi indaga gli organi interni di pari passo con i tegumenti e l’apparato locomotore?
«Per quanto una schematizzazione sia suscettibile di correzioni, negli anni 1508-10, quando si trovava a Milano, Leonardo tornò a studiare approfonditamente lo scheletro e la muscolatura, avviando però anche gli studi sul feto nell’utero, che si concentrano intorno al 1510-12. Negli ultimi anni, a partire dal 1513, si dedicò allo studio del cuore».
Lei ha citato la raccolta dei documenti denominati di Windsor, come è articolata e cosa contiene?
«La collezione è costituita prevalentemente di fogli sciolti che si conservano nella Collezione Reale
del Castello di Windsor, nel Regno Unito. Si tratta di centinaia di disegni di studi anatomici, che pervennero nel 1690 nelle collezioni reali sotto forma di album, probabilmente acquistati da Carlo II».
E queste tavole come si collocano a livello tematico e nelle diverse epoche?
«I disegni sono stati eseguiti in un arco cronologico che, con alcuni periodi di interruzioni, si estende dal 1485 al 1518 circa e riguardano vari distretti anatomici: cranio, arti, muscoli e nervi, ossa, cuore, cervello, apparato riproduttivo, feto. L’origine dell’interesse di Leonardo per l’anatomia nasce, verosimilmente, nel mondo delle botteghe fiorentine. Un primo punto di svolta lo vediamo nello studio del cranio, realizzato nel 1489 (RCW 19057-59), in cui emerge la dimensione filosofica: Leonardo, infatti, vuole individuare la sede dell’anima intellettiva, il cosiddetto “senso comune”. Risalgono al 1493-95, inoltre, alcuni studi sull’apparato genito- urinario, cardiovascolare e nervoso».
A un certo punto sembra calare l’interesse per il corpo umano...
«Leonardo, secondo alcuni Autori, rallentò le indagini per dedicarsi prevalentemente allo studio della “macchina terrestre”, il macrocosmo. Ma, quando riprese sistematicamente gli studi anatomici, aveva acquisito competenze scientifiche molto articolate: l’interesse per i movimenti interni del corpo umano accendono la sua curiosità, tanto da portarlo ad applicare i principi della meccanica: “Perché Natura non può dare moto agli animali senza strumenti macchinali”».
Lei è stata relatrice a un convegno della Società italiana di cardiologia dedicato a Leonardo e il cuore, quali gli aspetti evidenziati?
«Il mio contributo fu quello di ricostruire alcune tappe fondamentali nella storia della conoscenza dell’anatomia e della fisiologia cardiaca. Ricordo che il professor Luigi Padeletti, grande cardiologo, sottolineò di Leonardo l’importanza della conoscenza storica per la comprensione di fenomeni che oggi sono oggetto degli studi di elettrofisiologia e aritmologia».