Albrecht Dürer autoritratto
Albrecht Dürer autoritratto
Stesso spirito irrequieto, stessa attenzione verso il mondo naturale - da ritrarre in termini realistici – e ai moti dell’animo, volti grotteschi, smorfie e motivi che si inseguono: non c’era solo una grande comunanza di intenti fra Albrecht Dürer e Leonardo da Vinci, i due grandi emblemi dell’arte universale del Quattrocento. «Ci sono tanti intrecci. È evidente l’influenza di Leonardo su Dürer ed è verosimile che i due si siano incontrati a Milano», sottolinea Simone Ferrari, professore di Storia dell’Arte nei Paesi europei. Certo, manca una prova che certifichi quel viaggio, «ma la storia dell’arte non si fa solo con documenti, ci sono ipotesi che si basano sugli stili, sui confronti» alle quali si somma il ruolo di Milano, calamita in quegli anni. È la grande capitale dell’arte a partire dagli anni 80 del Quattrocento, lo è per la prima e unica volta, lo rimane per un ventennio perché Ludovico il Moro ingaggia, in un colpo solo, Leonardo e Bramante. «Per 20 anni a Milano ci sono così il più grande architetto al mondo e il più grande pittore – ricorda Ferrari -, una situazione eccezionale che per una volta la rende anche più importante di Firenze.
E A MILANO Leonardo e Bramante possono inventare qualcosa di straordinario perché non c’erano modelli culturali e una grande tradizione a cui rispondere». Possibile che Dürer nei suoi due viaggi italiani, nel 1490-95 e 11 anni dopo, con l’amico e grande umanista Willibald Pirckheimer in quel di Pavia, non abbia approfittato dell’occasione per visitare la città di Leonardo e Bramante? La domanda ricorrente della critica. Le risposte si cercano nelle opere: spicca lo stesso interesse per i fenomeni naturali fra gli acquerelli di Dürer e nei suoi ritratti la ripresa di Leonardo è difficilmente confutabile. «Il più grande punto di intersezione è l’imitazione della natura, il rapporto con un mondo naturale da ritrarre in termini realistici», spiega il professore di Storia dell’arte, che ricorda le invenzioni leonardesche e le ritrova nei tratti di Dürer. Nel realismo dei paesaggi l’artista tedesco osa ancora di più, si fa cronista, «testimone oculare»: i paesaggi si possono ritrovare nella realtà. In Leonardo l’operazione è diversa - nonostante tutti cerchino di appropriarsi delle sue opere cercando le più diverse località - «l’artista imita sì la natura, ma la interpreta con la fantasia», ricorda l’esperto. «Leonardo ha inventato la psicologia, i moti dell’animo, il pathos – aggiunge -. Uno come Dürer il Cenacolo di Leonardo doveva conoscerlo, direttamente o meno. Il grande maestro straniero arriva in Italia per apprendere strumenti che nel suo Paese non c’erano. I modelli del Nord, tedeschi e fiamminghi, non bastavano per diventare un artista completo, universale». Dürer, che di Cenacoli ne ha realizzati parecchi con incisioni e disegni, crea la stessa interazione fra i personaggi inventata da Leonardo. Nel Cristo dodicenne fra i dottori, realizzato nel 1506 e oggi nella collezione Thyssen di Madrid, rielabora i suoi volti grotteschi. «Ecco l’idea della caricatura - sottolinea il professore Ferrari -: studiando tutti i fenomeni della natura Leonardo imita le cose belle ma anche quelle brutte, i tratti somatici più espressivi. Quest’abbruttimento degli stati d’animo prima di lui non c’era, e siamo negli anni della bellezza idealizzata, sembra anticipare quella che verrà chiamata l’estetica del brutto, un tema che si diffonde nel 1700 e nel 1800. Bisognerà aspettare Hegel, Kant». C’è anche il tema della smorfia del personaggio seminascosto a sinistra, altra invenzione leonardesca, motivo ricorrente in Lombardia e non solo. Leonardo da Vinci “dettava la moda” anche nelle Fiandre. «La diffusione del suo linguaggio è ecumenica», ribadisce Ferrari. In Quentin Metsys gli influssi sono evidenti, con la sua Madonna col bambino e l’agnello che dà l’idea della Sant’Anna di Leonardo. In Joos van Cleve – in occasione di una recente mostra ribattezzato, non a caso, il “Leonardo del Nord” – ecco anche il tema dei bimbi che si abbracciano e l’Abbraccio fra Gesù Bambino e Giovannino. Gli influssi sono notevoli in Francia, l’unico Paese straniero in cui Leonardo andò fisicamente, invitato da Francesco I, e dove morì. «Leonardo è ripreso per tutto, per lo stile, per l’amore per il paesaggio, per il rapporto affettivo dei personaggi, per l’iconografia nuova e il tipo di soggetto - conclude il professore Ferrari - e continua ad attrarre anche nei secoli: Rubens in tante occasioni realizza disegni e studi a partire Leonardo. Sua è anche una celebre copia della Battaglia di Anghiari. Che il più grande pittore barocco lo omaggi dimostra la forza di Leonardo, oltre gli steccati».