A cura di Art Media Studio per la mostra «Leonardo da Vinci 3D» alla Fabbrica del Vapore,
A cura di Art Media Studio per la mostra «Leonardo da Vinci 3D» alla Fabbrica del Vapore,
Filologo, storico della letteratura italiana, Carlo Vecce si è avvicinato a Leonardo studiando i suoi manoscritti, fonti di prima mano. Ne ha ricavato un ritratto il più possibile vicino al vero. Un Leonardo autentico, nel suo lavoro intellettuale e artistico, nella genialità e debolezze quotidiane. Che ora conquista anche la Cina (quel Paese di mezzo che all’Europa fece conoscere la carta), dove l’autore della biografia di Leonardo (Salerno Editrice, tradotta da anni anche in cinese), è atteso per un ciclo di conferenze, da Pechino a Xi’an.
Professore, il primo avvertimento ai lettori è una citazione del vecchio Leonardo. Su un foglio del Codice E ha lasciato una nota in caratteri impercettibili: “non desiderare l’impossibile”. Lui, sempre inafferrabile, ci direbbe di non ostinarci a identificarlo. Eppure ogni epoca se ne vuole impossessare, attribuendogli un nuovo connotato. Oggi, è plausibile ‘ultramoderno’?
«Preferisco l'aggettivo in uso ai tempi di Leonardo per definire l'artista, o l'arte, che sola è "universale", perché capace di dare forma a tanti esseri diversi. Un grande valore, l'universalità, o unità, della cultura composta di sapere umanistico e scientifico. Quindi, "uomo universale" è Leonardo. Di solito evito la parola "genio". Ho controllato, nella biografia compare pochissimo. Riconosco però che è utile nella comunicazione: la mostra sui libri di Leonardo, infatti, l’abbiamo titolata “La biblioteca del genio universale” (al Museo Galileo di Firenze, 6 giugno-22 settembre ndr)».
Biblioteca ricostruita su elenchi, citazioni, indizi, trovati nelle carte del proprietario. Allora, quanto poteva costare metterla insieme?
«A quell’epoca, il libro era un bene di lusso. Per un volume di pregio, Leonardo doveva sborsare uno o due mesi di stipendio come ingegnere ducale degli Sforza. Del resto, Vasari ci dice che Leonardo era prodigo, amava spendere nelle cose che gli piacevano, in cavalli, bei vestiti, e anche in libri».
In un elenco compare una “pianta d’Elefante d’India” acquistabile da un certo Antonello merciaio. Di che si tratta?
«È un piccolo mistero, in un manoscritto del 1508/1509. C'è chi interpreta la "pianta" nel significato botanico. Altri intendono "zampa" d'elefante. Ma era invece una planimetria di un tempio di Shiva su un’isola nella baia di Mumbai, appena scoperta dai Portoghesi».
Un uomo curioso come Leonardo, seppur non l’ha menzionata, sarà stato informato della circumnavigazione dell’Africa. E anche in India oggi lo conoscono?
«Sì, in collaborazione con il filologo indiano Sukanta Chauduri, ho curato un’antologia di suoi scritti, tradotta in bengali e pubblicata a Calcutta».
Nel convegno Unesco “I mondi di Leonardo” ha chiamato esperti a far luce sulla poliedricità degli interessi di Leonardo. Ma questa sua ‘universalità’ possiamo intenderla anche come apertura alle altre culture?
«Certo, e fu straordinaria. La penisola italiana era allora una polifonia di lingue e culture diverse. Quando Leonardo arriva a Milano, adotta termini del dialetto lombardo, e forse fa lo stesso in Francia. In un suo manoscritto compaiono parole scritte in arabo».
Una vita come l’onda che si allarga. Ma perché il periodo della giovinezza è ancora abbastanza oscuro?
«A Firenze, un elemento lo condiziona inevitabilmente: è un figlio illegittimo, un bastardo; e così resta ai margini del mainstream culturale e artistico. Sarà invece diverso a Milano e nelle altre corti, dove si sentirà alla pari con i principi. I primi anni, a Vinci e Firenze, restano però fondamentali per la sua formazione, anche con contatti con grandi personaggi contemporanei, come Paolo dal Pozzo Toscanelli, o Domenico di Michelino, il pittore incaricato di eseguire il grande ritratto di Dante in Santa Maria del Fiore».
L’esperienza a Roma?
«Una grande illusione. Spera di essere accolto con tutti gli onori da Giuliano de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e fratello del papa. Il problema è che a Roma nel 1513 c’erano già Michelangelo e Raffaello al sommo della gloria. E per di più Leonardo si portava dietro la cattiva fama di uno che non riusciva a finire le sue opere».
Più a Sud non andrà?
«Non abbiamo tracce documentarie. A Roma però riprende un dipinto che aveva lasciato incompiuto, la Gioconda, e ne esegue un’altra versione, la Gioconda nuda, forse per una gentildonna amata da Giuliano».
La mostra “Leonardo a Roma. Influenze ed eredità”, sotto l’egida dell’Accademia Nazionale dei Lincei, a cura di Roberto Antonelli e Antonio Forcellino, sarà inaugurata nella Villa Farnesina il 3 ottobre. Primo appuntamento del “Trittico dell’ingegno italiano”. A seguire, le celebrazioni di Raffaello (2020) e Dante (2021). Senza voler stabilire confronti con la star del prossimo anno, cos’ha di esclusivo Leonardo?
«Il metodo di lavoro. È l'unico a impiegare anche 15 anni per realizzare un dipinto, ma non perché non sapesse finirlo. Leonardo ha una concezione modernissima dell’arte. Le sue sono opere ‘aperte’, in movimento. E ne approfittano gli allievi, sviluppando le idee del maestro, e moltiplicando le sue visioni. Ciò che esce dalla bottega di Leonardo è spesso un’opera collettiva, come lo era in quella del suo maestro Verrocchio. L’assoluta venerazione per l’autografia è solo un mito contemporaneo».