Sara Morganti
Sara Morganti

"La sclerosi multipla mi aveva terrorizzata. Ma in sella l'energia è impensabile e la soddisfazione delle medaglie d'oro va oltre la vittoria”

NATA IL 21 marzo 1976 a Castel Nuovo di Garfagnana (Lucca)
LAVORO: Atleta paraolimpica, campionessa di paradressage

Sara Morganti è l’amazzone che negli ultimi due quadrienni olimpici ha vinto più premi e medaglie di tutti i campioni della nostra equitazione. Successi dal forte plusvalore perché la sua specialità è l’equitazione paralimpica: lei è affetta da sclerosi multipla e gareggia nel Grado I del paradressage, quello previsto dalla Federazione equestre internazionale (Fei) per la maggiore disabilità. Quarta alle Paralimpiadi di Londra 2012, oro e argento mondiale nel 2014 in Normandia, quattro bronzi europei, 10 titoli italiani “tecnici”, 8 titoli tricolori freestyle. Infine, dopo la delusione ai Giochi di Rio, da cui fu esclusa perché la sua cavalla, Royal Delight, non passò la visita veterinaria, Sara Morganti ha ribadito due anni dopo la propria immutata classe conquistando altri due ori nei World Equestrian Games 2018 a Tryon, negli USA.

«Quelle medaglie - confessa - hanno rappresentato moltissimo per me, una vera rivalsa perché l’anno precedente era stato davvero difficilissimo: dopo la delusione olimpica ci fu un peggioramento delle mie condizioni di salute e dovetti trascorrere lunghi periodi a letto, tanto che stavo per rinunciare ai successivi Weg. Poi ho pensato che lo dovevo alla mia cavalla e anche a tutte le persone che mi avevano sempre sostenuto, oltre che a me stessa. E’ così che ho ritrovato la voglia di tornare in sella. La soddisfazione è andata ben oltre quella per la vittoria sul campo. Uno dei momenti più belli della mia vita».

Il più brutto posso immaginarlo…

«Non è immaginabile. Quando a 19 anni ti diagnosticano la sclerosi multipla e il peggioramento arriva in fretta ti cade il mondo addosso. Andavo all’università, facoltà di veterinaria, e non potendo più frequentare passai a lingue, “non frequentante”. Montavo a cavallo da quando avevo 12 anni e gareggiavo in salto ostacoli: dovetti smettere. Poi i sintomi della malattia - arti addormentati, dolori, vedere doppio – mi precipitarono nel terrore. Scattò la negazione di tutto e mi chiusi a riccio. Mi tappai in casa per sei mesi perché avevo iniziato a zoppicare e non volevo dare spiegazioni alla gente. Nel giro di due anni non riuscii più a camminare: da quel momento la mia vita è cambiata completamente. Fu molto, molto dura».

Come si trovano la forza, le motivazioni per uscire dal buio?

«Frequentando i corsi di riabilitazione mi sono resa conto che non ero la sola ad avere problemi e mi sono chiesta cosa fosse davvero essenziale per sopravvivere. Cerchi qualcosa cui aggrapparti. Così, mi dissi, ho tre fratelli e due sorelle, due genitori incredibili che cercavano di nascondere la loro preoccupazione per aiutarmi a trovare un po’ di serenità. Poi il mio fidanzato, Stefano, mi ha chiesto di sposarlo…».

Una richiesta coraggiosa, data la situazione, e impegnativa anche da accettare…

«Sì, e anche molto altro. Eravamo fidanzati dal ’91, nel ’98, quando peggiorai, non volevo più sposarmi. Ma Stefano insisté, rimase fermo nella sua determinazione. Era sottotenente dell’Esercito, nei paracadutisti (un ragazzo dolcissimo e riservato, oggi è tenente colonnello, ndr). Avevo 26 anni e allora fu un sostegno formidabile. Oggi insieme alla mia famiglia Stefano è uno dei punti fermi della mia vita, ogni giorno, ogni ora».

E il cavallo cosa è per lei?

«La definizione che preferisco è “un amico”. Scoprii che esisteva l’equitazione paralimpica solo dieci anni dopo l’inizio della malattia. Fu un input incredibile: vede, i cavalli sono animali molto sensibili e anche un po’ misteriosi, che permettono a una persona senza l’uso delle gambe di muoversi, anzi volare con loro. Nel paradressage devono adattarsi al grado di disabilità del cavaliere e a questo vanno addestrati: serve molto tempo e impegno, ma alcuni hanno una vera vocazione, come la mia Royal Delight. Lei è una primadonna, ma abbiamo imparato a conoscerci sempre di più, migliorando nel tempo le performances. Senza mai accontentarci, in questo ci somigliamo molto. In gara sa esprimere tutta se stessa e a pelle riesce a percepire quando i miei livelli di sforzo sono all’estremo. Certamente il fatto che io montassi a cavallo già prima della malattia mi ha aiutato in questo sport, ma il più delle volte mi chiedo ancora come faccio: stando alle diagnosi non dovrei essere in grado di eseguire passo, trotto, galoppo. Eppure ci riesco: Royal mi trasmette un’energia impensabile, posso muovermi come camminassi, riesco a controllare me stessa. Questo è il regalo più grande che il cavallo può offrire, al di là delle gare e delle medaglie».

E quando non si allena com’è la giornata tipo?

«Mi piace alzarmi presto perché ho tempi un po’ lunghi per prepararmi e per fare colazione. Poi vado in ufficio: a suo tempo mi sono laureata, ho un lavoro part-time a Pisa, dove io e Stefano abitiamo. Nel pomeriggio vado al maneggio, Terre Brune Equestrian Centre, e mi alleno. E’ lì, in sella come le ho già raccontato, che mi “ricarico” e mi appago tra i miei amici cavalli».