Maria Grazia Chiuri (PORTRAIT MGC © ELISE TOIDE)
Maria Grazia Chiuri (PORTRAIT MGC © ELISE TOIDE)

“In un tempo in cui tutto sembra ormai conquistato la sorellanza è ancora più necessaria la moda deve capire lo spirito del tempo”

NATA IL 2 febbraio 1964 a Roma
STUDI: IED - Istituto europeo del design
LAVORO: Stilista
HOBBY: Arte e Viaggi

La prima modella che esce sulla passerella di Dior, il 26 febbraio scorso per l'ultima sfilata a Parigi della collezione dell'inverno che verrà, indossa una t-shirt dal messaggio inequivocabilmente femminista: Sisterhood is global, la sorellanza è globale, è la scritta serigrafata sopra questo capo che dimostra ancora una volta l'impegno e il pensiero intelligente e colto di Maria Grazia Chiuri. Dal luglio 2016 direttore creativo della maison Dior, uno dei brand più famosi ed iconici del mondo in fatto di eleganza, prima stilista donna a tenere in mano le redini degli straordinari atelier che fanno capo al Gruppo Lvmh dopo più di settant'anni dal genio del fondatore Christian Dior e di tutti i creativi che hanno continuato la sua opera, da Yves Saint Laurent a Gianfranco Ferrè e ancora Marc Bohan John Galliano e Raf Simons. Ora a disegnare con forza e determinazione il nuovo corso di Dior c'è MGC, come la chiamano i fashionisti internazionali che ne apprezzato la bravura e il coraggio di uscire da certi schemi, dalla scatola magica e lussuosa della moda, per pensare all'estetica contemporanea dei canoni Dior. Grande lavoratrice, grande organizzatrice, simpatica e sincera.

Maria Grazia, ancora un messaggio chiaro e forte alle donne di tutto il mondo, ancora la moda che esorta alla sorellanza, a lottare per emergere, a trasmettere un messaggio positivo alla società. Ci spiega questo suo nuovo punto di vista?

«La moda non può essere solo una silhouette - risponde Maria Grazia Chiuri, 55 anni, romana ma di origini pugliesi, sposata con l'imprenditore Paolo Regini, due figli poco più che ventenni Niccolò e Rachele -. Sento il dovere di dialogare col mondo, di pensare alle nuove generazioni e penso alle ragazze come mia figlia che devono costruire il loro futuro. Dior è un brand globale, deve dialogare con tutte le culture e con tutte le realtà. Per questo ho usato sulle t-shirt il titolo del libro di Robin Morgan, attivista e femminista americana Sisterhood is global, un messaggio che arriva dopo il primo che ho lanciato con la collezione dell'estate 2017 e che riprendeva un altro libro We Should All Be Feminists (dovremmo tutti essere femministi, ndr) della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie».

Anche per quest'ultimo défilé lei ha esplorato il mondo dell'arte al femminile e promosso il lavoro di un personaggio straordinario come Bianca Pucciarelli che negli anni Settanta scelse di farsi chiamare come un uomo con lo pseudonimo di Tomaso Binga per combattere le discriminazioni e cominciare a sbriciolare il soffitto di cristallo di quel mondo. Oltre all'Alfabeto del set up del défilé Tomaso, che oggi ha 88 anni un'età un tempo proibita per chi si occupa di stile, ha letto anche una poesia. Come è stato il vostro incontro?

«Bianca-Tomaso è una donna brillantissima, che ha sempre voglia di rimettersi in gioco e in corsa. Mi piacevano le sue opere e sono andata a trovarla a casa. E' stata subito super aperta e interessata al mio mondo, ironica e divertente. Dice l'essenziale con poche parole e i suoi 88 anni non si sentono. La poesia che ha recitato prima del défilé ci farà riflettere, e molto».

Quale messaggio vuol dare alle donne?

«Quello di definirsi da sole, finora ci hanno definito gli altri, è ora di cambiare. Anche e soprattutto supportando il lavoro e il punto di vista delle altre donne. Quella sorellanza mai tanto necessaria come oggi, un tempo in cui tutto sembra conquistato. Io penso che ancora non sia così. Bisogna combattere ancora tanti stereotipi, magari camuffati. Penso che certe conquiste non vadano mai date per scontate. Ho cominciato a pensare di riparlare di femminismo proprio avendo una figlia di poco più di vent'anni».

Cosa può fare la moda?

«Deve raccontare il proprio tempo, capire il mondo. E confrontarsi, senza chiudersi nei palazzi dorati».

Tre anni in Dior. Un bilancio?

«Molto positivo. Qui nessuno mi dice di no. Per esempio ad aprile a Milano ai Frigoriferi Milanesi Dior sosterrà una mostra sulle artiste degli anni tra il '70 e i '90, a cominciare da quei talenti che per la prima volta poterono partecipare alla Biennale di Venezia nel 1978 come Tomaso Binga. In questi mesi sto molto ripensando al mio ruolo del direttore creativo. E penso che bisogna diventare anche curatori del brand per il quale si lavora, per mantenerne i codici anche al di là del fondatore. Cerco di imparare a capire il tempo che viviamo, per arrivare a definire una estetica contemporanea. L'audience della moda cambia in modo veloce. Io metto sempre in dubbio quello che faccio, mi rimetto in discussione e studio. Il problema oggi non è fare una bella collezione ma cercare di capire lo spirito del tempo. Dietro gli abiti ci sono dei valori, oggi si compra con più coscienza e con più informazione».