BOLOGNA FEDELE alla logica di Fico Eataly World, anche i vini hanno il loro spazio all’interno del parco agroalimentare appena nato a Bologna. E anche loro partono dalla terra, passando per la spremitura e l’imbottigliamento, prima di giungere nel calice. Una filiera completa, come le altre rappresentate nei 100mila metri quadrati dell’ex mercato ortofrutticolo del capoluogo emiliano (tutto il mondo del cibo dalla materia prima alla fabbrica, fino al piatto), con in più l’aggiunta di una radice storica. Si parte dalla vigna, difatti, prima di parlare della selezione dei 400 produttori per 1.950 referenze che Andrea Farinetti di Fontanafredda ha scelto di portare in questa oasi della biodiversità italiana. Sono sessanta i vitigni autoctoni piantati nei campi di Fico. Filari eterogenei, che spaziano dal nebbiolo piemontese al greco nero siciliano, dall’immancabile Sangiovese alla nicchia del gaglioppo calabrese. Una vigna concentrica, le cui filiere si dipanano tutte da sei vitigni uguali: quella pianta goeorgiana dalla quale si pensa abbiano avuto origine tutte le varietà. Sono piante reali, benché ancora improduttive. «Andranno a produzione, se tutto va bene, entro tre anni», ci spera Farinetti (terza generazione di imprenditori visionari, dopo il nonno fondatore di Unieuro e il padre ideatore di Eataly). A quel punto le loro uve, per nulla dimostrative, finiranno nel mosto da cui già da oggi la romagnola Cevico (che con Fontanafredda gestisce l’area del vino, nel parco) realizza le bottiglie di Rosso Fico e Bianco Fico. Due vini biologici, frutto di un mix di vitigni, a voler rappresentare – è una scommessa –, la varietà dei sapori italiani, la cui principale caratteristica è essere realizzato a vista, di fianco all’enoteca, sotto gli occhi dei visitatori. LA SELEZIONE di bottiglie, dunque. È disposta in scaffali dominati da gigantesche bolle di legno, nelle quali entrare per ritrovarsi circondati dal meglio della produzione vinicola italiana: una per i rossi, una per bianchi, una per le bollicine e l’ultima, bottaia 52, dove territorio per territorio sono presentati i 52 vini scelti come testa di serie. Cantine di punta, dai fratelli Mossio, Piemonte, ai calabresi di Basilisco. Dal chianti dei marchesi Antinori al Taurasi Docg della cantina Feudi di San Gregorio. E poi ancora il lambrusco Terre verdiane, Le vigne di Zamò di Rosazzo, Udine, i trentini di Ferrari, il Falesco umbro di Montecchio. «Abbiamo selezionato i vini più fichi», scherza Andrea Farinetti, ma poi neanche tanto. E racconta come quelle bottiglie, oltre che in scaffale siano la chiave d’accesso «per vivere un’esperienza, conoscere una storia». Il come è un appuntamento settimanale, ogni volta con una cantina diversa. Ed ecco spiegato il numero dei vini: 52 sono le settimane di un anno, scandite al venerdì con una ‘masterclass in bolla’, ogni volta su ogni singola cantina, che si conclude con una cena più degustazione. Esperienze che, con un calendario meno rigido, ragiona Farinetti, «si terranno nelle altre tre ‘bolle’». E a cui si sommano i corsi didattici organizzati dal parco sul mondo del vino: ‘Dalla vigna al vino’, con un percorso che parte dai filari per svelare i segreti della filiera vinicola, compresi i procedimenti di realizzazione e il processo di imbottigliamento, o ‘Impariamo a degustare’, un’infarinatura di regole per neofiti, per imparare a riconoscere sfumature, sapori e odori, di calice in calice.