ERA L’AUTUNNO del 1986. L’Italia enologica (e non solo) era sconvolta dalla tragedia del metanolo che, in marzo, aveva ucciso 23 persone, reso invalide molte altre e compromesso in modo irreparabile l’immagine del vino italiano. Vittorio Vallarino Gancia mi invitò a moderare ad Asti un dibattito sulla reazione dei vignaioli italiani dinanzi a questo tornado. Ricordo i Grandi Piemontesi silenziosi in fondo alla sala. Si chiedevano quando sarebbe passata la buriana. Tra loro Angelo Gaja, uno dei pochi vignaioli italiani già affermati nel mondo. L’arte nostrana del vino si rinnovò ed esplose dopo il metanolo, raggiungendo traguardi allora impensabili. A Gaja bastò continuare sulla strada che aveva cominciato a percorrere 10 anni prima per aggiungere nuovi traguardi. Gli ho sempre ammirato la capacità – primo tra gli italiani – di vendere i suoi vini a un prezzo meno lontano degli altri dai grandi francesi. Il suo forte sono i rossi. Ma ricordo che, vent’anni fa, una mia viziatissima collega di redazione, in una trasferta importante, voleva un bianco e mi impose di ordinare il Gaja & Rey. Ottimo Chardonnay, ma non l’unico grande Chardonnay italiano. Già allora il prezzo era amatoriale. Ricordo assaggi strepitosi del Barbaresco Sorì Tildin a distanza di 15 anni dalla vendemmia. E, restando sul tema Barbaresco, la fortuna aiuta sempre gli audaci, come Renato Cigliuti che più di 50 anni fa mise in fila le prime 300 bottiglie di Barbaresco, interrompendo la vecchia tradizione di famiglia di vendere il vino sfuso. Era stato audace già quando cominciò a diradare i grappoli: il vino veniva più buono, ma più scarso. Per molti era un sacrilegio rinunciare a tanti ettolitri. Per lui una sfida. L’ha vinta. Di Cigliuti ricordo il Serraboella che ha un sapore solido ed imponente. Il fratello minore Vie Erte è più morbido, vivo e seducente. I Barbaresco del Marchese di Grésy della Tenuta Cisa Asinari sono vini che rispettano la tradizione, il mio preferito è il Gaiun Martinenga, il più bevibile, il meno austero, il più equilibrato. Il fiore all’occhiello della Casa è il Camp Gros Martinenga, prodotto da quarant’anni. Un’azienda con tutti i prodotti a livelli elevatissimi è La Spinetta di Castagnole delle Lanze. È famosa per il suo Barolo Campé, ma il vino che ha fatto breccia nel mio cuore è il Barbaresco del vigneto Valeirano, che associa alla grandissima tradizione di un vitigno raffinato, una esemplare bevibilità.