Vigneto a Estremoz - foto inaquim/Istock

PERUGIA, C’ERA UNA VOLTA una principessa. E c’è ancora, e con tutti i crismi: bella, bionda, occhi azzurri, una enorme carica di simpatia e un cuore pieno di passione, tanto grande che lo ha voluto come etichetta delle bottiglie di tutti i suoi cinque vini. E un castello, che come tutte le principesse 2.0 nelle nostre campagne, ha trasformato in agriturismo. Sabrina Morami, la Principessa del Lago. Oh, non scherzateci su: Panicarola, piccola frazione di Castiglione del Lago, elegante e tranquillo borgo sul Trasimeno, si fregia davvero del titolo di ‘principato’, perché da una ventina d’anni lo ha autorizzato il principe Alberto Canepa di Castelcicala. Certo in maniera giocosa e senza effetti amministrativi, ma sui cartelli c’è.

ANCHE SABRINA, a suo modo, è un po’ principessa. Per fascino e per storia di famiglia: le terre dove coltiva le sue uve erano dei suoi antenati fin dal 1600, tanto da diventare un vero e proprio toponimo, e suonava «Si va ai Morami», nella schietta franchezza degli umbri. Vicende alterne ne avevano mutato il destino fino a quando Carlo, il padre di Sabrina – che ha il suo core business nella vigilanza privata – ha deciso di riacquistarle, con tutta l’azienda agricola: 150 ettari a seminativi, cereali, ortaggi – ci sono lenticchie, ceci, pomodori – e poi girasole ma anche olivi e le vigne.

E VENT’ANNI FA, giusto nel 1998, in azienda arriva la Principessa. Non per godersela a sbafo, ma per lavorarci: presa la laurea, il padre le chiede di amministrarla. Sabrina non si tira indietro, e ne fa la ‘sua’ terra. Fino a quando la passione diventa una svolta. «C’erano – racconta – le vigne da rinnovare, c’erano queste uve che conoscevo ma solo di nome, perché io non ho studiato enologia né agronomia. Così ho cominciato a informarmi, a leggere, e mi sono consigliata con il mio più caro amico che è enologo. E nel 2007 sono partita, mi sono guardata allo specchio e mi sono detta ‘quasi quasi mi faccio un vino’, solo per il desiderio di produrmelo, senza pensare al business». E nasce così Renaia, il primo dei suoi vini, un rosso, uvaggio bordolese tra merlot al 50% e in uguali proporzioni i due cabernet, franc e sauvignon. Due anni dopo ancora un rosso, il Podicerri, con sangiovese al 70% e il resto alicante, «un’idea che mi piaceva – spiega ancora Sabrina – perché l’alicante ammorbidisce il sangiovese e gli dà una bella nota speziata».

NON C’È UN’IDEA di «tradizione per forza», nel percorso di Sabrina tra le vigne. C’è voglia di qualità, tutti i suoi vini nascono da mosto fiore, la parte nobile del succo d’uva senza la torchiatura delle bucce, e vivono a lungo in legno nuovo prima di andare in commercio. Certo, la tradizione compare: il sangiovese, come no, l’ultimo nato Calumi è sangiovese in purezza. Certo, il grechetto per un bianco. Ma accompagnato al viognier, che da queste parti riesce a sprigionare un’esplosione di profumata freschezza. Ma anche lo chardonnay, ed ecco il «capolavoro del cuore» di Sabrina, si chiama proprio Cardissa, e qui dentro lei c’è tutta, «richiama il cuore, cardio, ma è anche il nome di una rara conchiglia a forma di cuore. Ed è femmina: suona elegante ma rivela carattere». Cuore di Principessa, che nei nomi dei vini (Cardissa e Calumi) ricorda i genitori.