vigna
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«PICCOLO è bello, bellissimo. Una ricchezza imperdibile. Ma è anche un’arma a doppio taglio: se Trump uscirà, come ha minacciato, dal Wto, l’accordo mondiale sul commercio, il solo sistema degli accordi bilaterali come il Ceta col Canada, pur importantissimo, non riuscirà a proteggere questo straordinario patrimonio che rischia di essere depredato. Ecco perché io dico che le nostre denominazioni vinicole sono troppe». Riccardo Ricci Curbastro, 59 anni, viticoltore in Franciacorta e in Romagna, da un ventennio alla guida di Federdoc, sente stringente la necessità di una riduzione. Proprio mentre da qualche mese si è riaccesa una discussione annosa, sollevata soprattutto in Piemonte, dai grandi produttori e dai consorzi del Barolo e del Barbaresco: quella sull’opportunità di valorizzare non solo i territori ma addirittura le vigne di pregio, con l’allargamento delle denominazioni ai cru di vigna.

I francesi l’hanno capito dal 1855, presidente, perché noi no? «Non mi sento affatto inferiore ai francesi. E, attenzione, loro non hanno inventato nulla, furono i romani a premiare per primi la provenienza del vino con un prezzo maggiore. E anche per la Francia è stato il mercato, i commercianti inglesi e olandesi, a pagare di più il vino di quella vigna. Poi, lentamente, è stato codificato, cosa che da noi non è accaduta per questioni economiche».

Dunque, questa dei cru è solo un’idea romantica? «Sì, siamo succubi del voler fare come gli altri. Ma il nostro sistema oggi è ricco, variegato, puntuale, racconta una ricchezza che va dalla Valle d’Aosta a Pantelleria, cosa che in Francia non accade, il nostro modello che si è sviluppato da oltre mezzo secolo dà ottime performance».

Però lei parlava di rischi sulle piazze mondiali… «Certo. Siamo vittime del complesso del campanile e di una politica che ha regalato qualche denominazione di troppo. Ma che è talmente piccola da non risultare visibile, da non soddisfare il produttore e il consumatore. Insomma, inutile tenere opere d’arte in un museo piccolo aperto solo un giorno, no? Se le mettiamo in un museo più grande, avranno più visitatori, saranno più conosciute e il debito nazionale sarà minore».

Ma allora il nostro sistema delle denominazioni va rivisto? «No, anzi: è il più efficiente e il più controllato, quello che dà più garanzie al consumatore. Siamo i primi della classe, direi».

Però lei resta dell’idea che siano troppe 526 denominazioni, tra 74 DOCG, 334 DOC e 118 IGT. «L’Italia ha una ricchezza enorme di prodotti tipici in ogni sua valle, ma questa polverizzazione che opportunità offre di visibilità e anche di protezione sui mercati? Senza pensare che nei Paesi anglosassoni le denominazioni non esistono, c’è solo il trade mark, che da noi sarebbe troppo costoso».

Soluzione? «Andare più grandi sul mercato, la ricchezza del patrimonio va difesa ma con strumenti diversi. Accorparsi risolverebbe parte dei problemi, dando soddisfazioni alle piccole terracotte esposte accanto ai grandi vasi greci dipinti. Sarebbero facilmente organizzabili nelle realtà vicine e sarebbe più facile dialogare in accordi bilaterali in cui il vino si presenta insieme al resto di 3-4mila prodotti tipici. Che rischiano tutti di essere depredati, se vanno ognuno per conto proprio».