Brunello di Montalcino
Brunello di Montalcino

MONTALCINO
NO FRILLS, niente fronzoli. «Qui nobiltà zero, anzi doppio zero come la farina». Niente campi da golf, niente piscine, niente resort di lusso, nessun masterchef in cucina a spadellare. Solo boschi, campagne, vigneti, campi coltivati, capannoni pieni di macchine e attrezzature. E daini, caprioli e cinghiali in giro a fare danni. D’obbligo recintare i vigneti perché – spiega Emilia Nardi – «un daino in una notte arriva a mangiare fino a 50 chili d’uva». Casale del Bosco è così, una grande tenuta un po’ defilata rispetto a Montalcino (vi si accede da Buonconvento), centinaia di ettari di natura selvaggia e incontaminata e qualche altro centinaio di campi coltivati e vigneti.

QUANDO NEL 1950 Silvio Nardi, imprenditore umbro delle macchine agricole, acquistò Casale del Bosco, la fama del Brunello era ancora là da venire. La scelta non era stata dettata dalla passione per il vino ma dalla bellezza del luogo. La prima bottiglia arriva nel 1954. Non basta, la passione continua. Nel 1962 Nardi acquista la tenuta di Manachiara a Castelnuovo dell’Abate (nella parte est di Montalcino) poi nel 1967 è tra i soci fondatori del Consorzio di tutela; nel 1970 acquista il Castello di Bibbiano, nei pressi di Casale. Degli otto figli di Silvio Nardi, solo Emilia, l’ultima, eredita la passione per la terra («Mio padre era convinto che l’agricoltura fosse un’attività con una grande dimensione femminile»). Entra in azienda nel 1985 e, d’accordo con fratelli e sorelle, avvia un processo di rinnovamento che ha trasformato la grande proprietà agricola in una realtà moderna cui da qualche anno collabora in cantina il nipote Emanuele Nardi. 55 sono gli ettari vitati a Brunello su 80 complessivi. Quest’anno sono appena stati messi in commercio il Brunello 2013 e i due crus, il Manachiara 2012 ed il Poggio Doria 2012 Riserva. Tre diverse interpretazioni di un Sangiovese di razza. Poi naturalmente c’è il Rosso di Montalcino 2016, il Chianti Colli Senesi, il vinsanto Occhio di pernice… Le bottiglie prodotte sono 250.000, di cui 150.000 di Brunello.

L’EXPORT viaggia attorno al 70%: una bottiglia su 4 va in Nord America, il resto in Europa. Emilia passa 100 giorni all’anno in giro per il mondo. Fra pochi giorni sarà a New York, all’Onu, a rappresentare l’imprenditoria rurale femminile in una giornata dedicata al futuro sostenibile. Il tema al centro del suo intervento sarà «capire cosa Madre Natura può offrire. Coltivare la terra rispettando l’ambiente e per farlo ricorrere a tecnologia e scienza». Negli anni ’90 Emilia, la figlia del primo «forestiero» che ha investito a Montalcino, mentre il Brunello diventa un business mondiale, capisce che è l’ora della svolta. Svincolata dagli usi e costumi del luogo, porta in terra toscana un luminare dell’enologia di Bordeaux, il professor Yves Glories, a studiare come programmare modalità e tempi di vendemmia (in enologia si chiama valutazione della maturità fenolica delle uve). Ogni ettaro, ogni parcella di vigneto va interpretata, valorizzata, capita. Da quel momento ‘innovazione’ è la filosofia della maison Silvio Nardi; in 25 anni tutti i vigneti sono stati reimpiantati con l’impiego dei cloni storici dell’azienda. Nascono così i due crus aziendali: Manachiara, un Brunello che esprime tutta la classe e la potenza della terra argillosa dove cresce. E Poggio Doria che fa di finezza ed eleganza le sue note distintive. Stili diversi però improntati ad equilibrio e bevibilità, i due must che Emilia Nardi ha impresso alla maison. Per fare Brunelli sempre più di identità territoriale. «Non mi interessa crescere come numeri – conclude Emilia – ma diventare sempre più una azienda classica di riferimento per lo stile, per l’eleganza dei vini. Ha tanto da offrire Madre Natura».