UNO STOP TRIENNALE all’impianto di nuovi vigneti per contenere la flessione del mercato del vino a livello mondiale. Ed equiparare così la domanda all’offerta, almeno nelle denominazioni in maggiore sofferenza. È la riflessione arrivata nei giorni scorsi da Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi, per cui il blocco limiterebbe le produzioni e permetterebbe ai «nuovi viticoltori di scegliere il tempo dell’impresa». Strada già intrapresa da consorzi che tutelano, ad esempio, Amarone e Barolo, mentre in altri casi il processo trova ancora resistenze. Il Consorzio del vino Brunello di Montalcino, invece, ha abbracciato questa politica da tempo. «Sono più di vent’anni – spiega il direttore Giacomo Pondini – che la produzione di Brunello è limitata fra i 2 e 2.100 ettari nelle aziende con vigneti iscritti all’albo». «È stato – riflette Pondini – un passaggio importante per non produrre in eccesso, col rischio di fare abbassare i prezzi e condizionare il mercato e la filiera. Negli anni Novanta si aveva paura di una corsa a un’eccessiva produzione, si è cercato di trovare l’equilibrio fra la domanda e offerta. C’è stata lungimiranza nel non produrre più di quanto poi il mercato avrebbe assorbito».

C’È ANCHE l’aspetto ambientale: «Un territorio piccolo come Montalcino avrebbe avuto disagi con la crescita della produzione vitivinicola a discapito di altre coltivazioni». Il Consorzio – che comprende 208 aziende, 234 contando anche altri soci viticoltori – «rivede anche i massimali di produzione. Il disciplinare prevede 80 quintali a ettaro, ma ogni anno, in accordo con la Regione, in assemblea con i soci si decide di rivedere al ribasso i quantitativi: quest’anno non viene prodotto più di 70 quintali di Brunello per ettaro. Per i vertici della piramide vitivinicola italiana le Doc e le Docg, fare il ragionamento della limitazione permetterebbe di reimpostare tutto il sistema della filiera». Regolamentazione sì, anche se valutando caso per caso secondo Filippo Antonelli, presidente del Consorzio Tutela Vini Montefalco, che conta una settantina di cantine, circa 1.800 ettari vitati (700 quelli di Sagrantino) e circa 3,5 milioni di bottiglie per la Doc Montefalco.

SÌ DUNQUE ai «vincoli delle produzioni in cima alla piramide enologica e meno alla base. A livello di vigneto Italia ci può essere più elasticità perché c’è meno il problema di difesa del prezzo». «Tutto cambia da una denominazione all’altra – ragiona Antonelli –. In alcune si fa un prodotto di nicchia ed è giusto che siano regolamentate: squilibri fra domanda e offerta vanno a detrimento di tutti. E poi bisogna pensare anche alla qualità di esposizione: non tutti i versanti e i terreni sono adatti. Da noi, da circa 15 anni è chiuso l’albo per il Sagrantino (Docg), ma non per il Montefalco, e si è mantenuto l’equilibrio». Il blocco dura tre anni e «se il mercato è cambiato si rivalutano le condizioni e l’albo si può riaprire. Di certo – conclude – sono anni in cui non c’è moltissima crescita, soprattutto per i vini fermi. Alzano la media le bollicine».