NON FACCIO nomi. Ma se vi capita di chiedere ai presidenti di alcuni grandi consorzi di vini se produrranno meno bottiglie degli anni precedenti, vi risponderanno in coro di no. Eppure il 2017 è stata la stagione più avara dal 1947, quando si produssero 36 milioni di ettolitri. Quest’anno siamo saliti a una quarantina, che però sono il 28% in meno del 2016. Un’alleanza perversa tra il gelo invernale e una straordinaria siccità estiva ha prodotto la crisi. Le regioni più penalizzate sono state quelle centrali: Lazio, Umbria, Toscana e Sardegna hanno prodotto il 45% in meno. Il Nord Est si è salvato grazie alle piogge della tarda estate (-15/-20%). Il Sud lamenta una perdita media del 30 per cento. Ho chiesto come si fa a produrre la stessa quantità di vino con una vendemmia così poco generosa e mi è stato risposto che si attinge alle riserve e quant’altro. Per nostra fortuna, Francia e Spagna hanno avuto gli stessi problemi e si arrangeranno allo stesso modo: nessun dito puntato perciò sull’Italia da parte dei principali concorrenti. (Napa Valley in California ha avuto incendi devastanti e nemmeno da quelle parti se la passano bene). Secondo l’associazione degli enologi, la qualità media del vino sarà «abbastanza buona», ma a macchia di leopardo. Ottima in alcune zone, mediocre in altre. Il lavoro degli enologi nella conduzione del vigneto è stato determinante nel fare la differenza. In Italia i vitigni coltivati sono 513. Nessun paese al mondo ha questa ricchezza, ma solo mani esperte possono valorizzarla come richiede un mercato internazionale (negli ultimi trent’anni le esportazioni sono aumentate di quasi il 600%). Il pubblico, anche quello poco informato sul vino (il 90 per cento dei consumatori) richiede «purezza» del prodotto e infatti la parola d’ordine è ormai «sostenibilità». Chi ha fatto ricerca nella genetica rendendo i propri vigneti meno esposti alle malattie e soprattutto più capaci di adattarsi agli umori stagionali della terra, ne ha visto quest’anno importanti risultati positivi. I costi maggiori delle nuove tecnologie sono stati ammortizzati e hanno prodotto vini sempre più legati al territorio. Il fascino romantico del vignaiolo deve sposarsi con il rigore della scienza per portare nel medio termine il vino italiano alla leadership mondiale.