SAN GIUSTINO VALDARNO (Arezzo) «UNA GRANDE passione. Ma indubbiamente anche una particolare responsabilità. Insomma, devi dare il massimo». Non c’è dubbio: per uno che si chiama Salvatore Ferragamo, anche fare il vino significa stare comunque al top. Andare al massimo. E lo sa bene, il giovane Ferragamo, amministratore delegato che all’occorrenza si presta a scendere nel campo e in cantina, nell’orto o tra le api della tenuta di suo padre Ferruccio. Il Borro, un luogo che esiste da un migliaio d’anni e che ha visto passare i Medici Tornaquinci, gli Hohenloe Waldenberg e dal 1904 i Savoia. Fino al 1993 quando, galeotta una battuta di caccia di qualche anno prima, Ferruccio Ferragamo l’acquistò da Amedeo d’Aosta. «Un atto di fede», così Ferruccio, primo figlio del ‘calzolaio delle dive’, alla guida di una delle griffe di moda più amate nel mondo, ama definire il suo rapporto con il Borro. Dove ha voluto costruire un impero del luxury: Il Borro è oggi uno dei Rélais et Chateaux più gettonati, con tanto di camere suites e appartamenti, spa da sogno, ristorante gourmet e tante altre chicche in un ambiente in cui il tempo si è fermato. Quasi ovunque, però. Non nella parte agricola. Dieci anni dopo il coup de foudre, nel ’95, la vocazione vinicola del Borro era segnata. Vocazione scontata: già nel 1716, il Valdarno di Sopra era uno dei quattro territori toscani che il celebre Bando del Granduca Cosimo III benedisse come ‘denominazioni’ ante litteram. E che, trecent’anni dopo, sarebbe diventata la prima doc bio d’Italia. In mezzo, la crescita del Borro. Settecento ettari, di cui 45 a vigneto, 40 a oliveta, 180 a foraggifere. E un ettaro a orto, esso pure bio, con tanto di 30 arnie per il miele e 200 galline allevate rigorosamente a terra per le uova. Ma ci interessano le vigne, qui. Oggi completamente bio, da due anni, percorso iniziato nel 2012. «È UNA grande soddisfazione – confessa Salvatore Ferragamo – questo passaggio, e l’uso di queste nuove tecniche come l’utilizzo di insetti predatori ma anche delle ortiche e del corno letame per le nostre vigne». Una cantina costruita una dozzina d’anni fa (la firmò l’architetto Elio Lazzerini), con l’aggiunta più recente di un tunnel diventato barricaia, un grande lavoro con gli enologi, prima Niccolò D’Afflitto, poi Stefano Chioccioli. Ne nascono undici vini: 8 rossi e un bianco, uno spumante, un vinsanto ‘occhio di pernice’, cioè solo di uve rosse, più una grappa. Con tante particolarità. Perché Alessandro Dal Borro, Syrah in purezza dedicato al guerriero-eroe del Seicento, è l’ultimo nato, in edizione limitata e solo in formato magnum. Perché i Ferragamo e il Borro hanno scoperto l’anfora, e negli orci da vino della fornace Manetti nasce e cresce Petruna, Sangiovese cento per cento. Perché Stefano Chioccioli è un mago della bollicina da uva rossa, ed ecco Bolle di Borro, metodo classico rosé «color buccia di cipolla» da uve sangiovese che sta 48 mesi sui lieviti. «E da quest’anno – dice Salvatore – lavoreremo i vigneti con due nuovi cavalli da tiro, per non stressare e non compattare la superficie del terreno». Il futuro ha un cuore antico. Nei vini della griffe.