Foto: Jeja/iStock
Foto: Jeja/iStock

MILANO, A TRACCIARE la strada è stato il Gavi, smarcandosi dal vitigno – il Cortese – per identificarsi con il territorio; subito dopo è stato il turno dell’Arneis, ormai un tutt’uno con il Roero nella denominazione. Così, in una terra universalmente nota per i grandi rossi, è iniziata la scoperta dei bianchi. «La riscoperta – puntualizza Filippo Mobrici, presidente di Piemonte Land of Perfection, l’associazione che riunisce i Consorzi di tutela della regione – perché qui il bianco ha una storia centenaria, sebbene legata a un vino particolare come il Moscato d’Asti. Inoltre a Canelli, da Gancia, nel 1850 sono stati fatti i primi spumanti metodo classico e, non dimentichiamo, il metodo Martinotti-Charmat è stato inventato qui».

Quali sono i principali vitigni autoctoni riscoperti negli ultimi anni?
«Se Gavi e Arneis non possiamo più definirli novità, è doveroso sottolineare come la Nascetta, nelle Langhe, sia passato da semi-abbandonato a vitigno di moda. L’Erbaluce, nel Canavese, poco tempo fa era conosciuto solo come bianco fermo mentre oggi è utilizzato per spumanti metodo classico importanti, con affinamento di almeno 24 mesi, e se ne ricava un passito di veramente grande pregevolezza e finezza. Poi c’è il Timorasso, nel Tortonese, ormai un vitigno affermato grazie soprattutto al grande lavoro portato avanti da Walter Massa».

A livello numerico, di cosa stiamo parlando?
«Di numeri relativamente modesti, in realtà, ma è un pregio e non un difetto. Le piccole dimensioni della produzione sono infatti indice della qualità e soprattutto dell’attenzione maniacale al vino da parte dei produttori».

Per quanto riguarda la produzione dei vitigni internazionali, invece?
«Lo Chardonnay possiamo quasi considerarlo un vitigno autoctono, dal momento che è stato importato in Piemonte agli inizi dell’Ottocento. E’ legato a una grande tradizione spumantistica ma negli ultimi tempi viene vinificato anche fermo, per la sua freschezza e i suoi profumi. Il Sauvignon, invece, viene utilizzato più che altro nei blend».

Perché un consumatore dovrebbe scegliere un bianco piemontese invece che del Trentino-Alto Adige o del Collio, per citare i più rinomati?
«I nostri vini non si caratterizzano per gli aromi, sono molto sapidi per via dei terreni marini che caratterizzano il territorio. Hanno meno profumi ma sono più strutturati e longevi, con capacità di trascinamento». 

In campo spumantistico, invece, quali sono le novità?
«Con l’Alta Langa, da Pinot nero e Chardonnay con affinamento di 30 mesi, produciamo un metodo classico di prima fascia, quella dei Franciacorta e dei Trento doc, per intenderci. Da circa un anno è poi entrato in commercio un Asti secco con fermentazione in autoclave».

La risposta piemontese al Prosecco?
«Preferisco dire che è la riproposizione in chiave moderna di un prodotto, il Moscato d’Asti, che ha quasi cento anni di storia. Il dolce è conosciuto in tutto il mondo, il secco è una novità che noi stessi proponiamo con grande curiosità. Mancava nel panorama piemontese uno spumante che avesse queste caratteristiche, si tratta di una nuova freccia al nostro arco per aggredire determinati mercati».