Vigneto
Vigneto

MONTALCINO (Siena), IL BRUNELLO sarà vincente se saprà valorizzare la propria immagine senza svendersi, perché con il Barolo è il vino italiano «più riconosciuto». Meglio se con un marchio storico come Biondi Santi a fare da traino, perché il nome identifica il vino nato a metà Ottocento da Clemente Santi e lanciato definitivamente dal nipote Ferruccio Biondi Santi. Ecco la sfida che si sente pronto a lanciare Giampiero Bertolini, voluto come amministratore generale dell’etichetta-icona da Epi, il gruppo francese – guidato da Christopher Descours – presente sui mercati immobiliari e finanziari ma anche nel settore del lusso, che ha acquisito diciotto mesi fa per un centinaio di milioni la proprietà dell’azienda in crisi per liti familiari.

Bertolini, davvero una bella sfida.
«Sì, un bellissimo progetto, ci sono basi straordinarie per fare un grande lavoro, senza pensare a una rivoluzione ma piuttosto a una evoluzione per mettere l’azienda al passo con i tempi. Possiamo contare su una qualità di vini straordinaria e su una leadership riconosciuta nel mondo, ma sono mancati gli investimenti per sostenere quella evoluzione».

D’altra parte, il marchio è sinonimo di Brunello.
«E la storia che ci viene consegnata va rispettata. Bisogna muoversi con delicatezza, certo, ma muoversi come il mondo là fuori: il vino dei tempi moderni non si fa come cent’anni fa, e bisognerà adeguarsi per produrre nel migliore modo possibile pur rispettando la storia».

Su cosa punterete?
«Dall’acquisizione di Epi il lavoro si è basato sulla conoscenza approfondita della capacità qualitativa di ogni vigna. Oggi si investe su questo, sull’evoluzione nelle vasche per capire: un lavoro da vigna a cantina, con nuove vasche più piccole, poco acciaio, soprattutto legno e nuovi cementi. Poi faremo una cantina più al passo con i tempi, c’è già un progetto ma non sarà una cantina ‘archistar’, non ne abbiamo bisogno per farci conoscere, ci serve bella ma funzionale al prodotto».

E pensate di aumentare la produzione?
«Stiamo valutando la possibilità di acquisire nuovi ettari, per fare una rotazione con i vecchi e non perdere produzione, poi forse arriverà qualcosa in più, ma dipenderà dal mercato, e comunque Biondi Santi non sarà mai un’azienda da 70 ettari, resterà di nicchia. E c’è da ricreare: all’arrivo di Epi c’erano 3 persone, oggi siamo 10 più la produzione. Infine dovremo cercare una distribuzione adatta ai nostri vini».

Come vede il mondo Brunello oggi?
«Dal 2015, con l’uscita dello straordinario 2010, c’è stato di nuovo un boom, un rilancio mondiale e oggi con il Barolo questo è il vino più riconosciuto nel mondo, gli stranieri vengono a investire cifre importanti perché la terra costa anche un milione a ettaro, nel mondo non ce ne sono tante così».

Ma allora il Brunello è sottostimato?
«Sì, e bisogna lavorare meglio sul valore, cercare il più possibile di tenere i prezzi alti, idea che non è condivisa da tutti i produttori, che fanno investimenti importanti e quando si ritrovano prodotto in cantina tendono a svenderlo. Ma questo è un danno per un’immagine che invece va tenuta alta sempre».

Questo non significa necessità di maggiore produzione?
«No, la crescita alta in volume c’è già stata, oggi siamo a 9-10 milioni di bottiglie. E i mercati importanti non sono infiniti: bisognerà vedere l’impatto con la Cina, ma bisogna soprattutto fare valore, e tenere fermi i prezzi con i distributori».