Un vigneto del Chianti
Un vigneto del Chianti

RAVENNA, OGGI si parla tanto degli anni Ottanta, ma fra mode ed estetica non si pensa forse alle piccole grandi rivoluzioni in atto nelle cantine italiane in quel periodo. Come quella che in Romagna stava iniziando Cristina Geminiani della Fattoria Zerbina, l’azienda di Marzeno (Ravenna) fondata nel 1966 dal nonno Vincenzo. Dopo studi in Agraria («avevo la passione della biologia») e quelli in Enologia a Bordeaux, dal 1987 «ho affiancato la famiglia, dedicandomi a un progetto di ristrutturazione della cantina e del vigneto. Ma ci sono voluti 4-5 anni perché mi facessi le ossa».

Perché scelse questa vita?
«Non è stato per proseguire un’attività familiare, ma una libera decisione. Certo, mi ha richiesto sacrifici e rinunce. Questo è un lavoro che assorbe totalmente, dalle degustazioni ai viaggi per far conoscere i vini. Ma ho scelto un lavoro che mi piace».

Come è avvenuto il rilancio dell’azienda?
«Abbiamo sostituito le vecchie vigne per arrivare a un risultato qualitativo molto più alto. Era il periodo in cui, in regioni come la Toscana, le grandi realtà iniziavano a investire ristrutturando le aziende: nel nostro piccolo abbiamo iniziato a fare lo stesso. A creare lo scossone è stata la scelta di ripiantare le viti ad alberello nel 1989. Il concetto di viticultura ad alta densità in Francia era già diffuso, ma l’ho unito al fatto che c’erano alberelli anche a Predappio e Bertinoro e volevo attualizzare qualcosa di storico. Abbiamo fatto tanta sperimentazione col Sangiovese».

La Romagna del vino era molto diversa.
«Si è sempre guardato molto alla quantità, ma oggi ci sono bravi viticoltori e il concetto di Romagna è cambiato, ma c’è bisogno di investire nel settore, mentre in regione ancora si valorizza più la produzione di pianura che di collina. L’export delle nostre aziende non riesce a generare una massa critica, anche se un po’ di squadra si sta facendo. Se si va in un’enoteca americana, però, su 100 bottiglie di Sangiovese, 90 saranno toscani e 1 romagnolo».

Voi in quali mercati siete?
«Quasi tutta Europa, in Nord America, Canada e Giappone. Riusciamo bene anche in Russia: l’export è il 40%».

Nei vini ha fatto una scelta di territorio, puntando su Albana e Sangiovese.
«Sì, l’unico taglio di Sangiovese, Merlot e Syrah è il Marzieno, che resiste nonostante le mode. Dall’inizio mi sono concentrata sulla qualità dell’Albana, l’anno zero fu il 1987, col primo attacco di muffa nobile, la botrytis: così è nato lo Scaccomatto. L’exploit è stato nel 1992, quando abbiamo capito che la vendemmia andava fatta ‘a scalare’, in passaggi successivi. Nel 2008 abbiamo introdotto un bianco secco da Albana, il Bianco di Ceparano, evidenziando l’acidità del vitigno, privilegiando il dinamismo e la freschezza. Ora è il vino che ci sta dando più soddisfazioni».

E il Sangiovese?
«Il Pietramora è l’emblema del lavoro che abbiamo fatto, lavorando sui cloni e mappando microaree nelle vigne, per trarre da tanti terreni la massima espressività. Dal 2011 nella Doc sono state introdotte 12 sottozone, con rese più basse e tempi di affinamento più prolungati: per questa riserva, la nostra si chiama Marzeno».

Un lavoro in vigna sempre fondamentale.
«Cerco di esprimere una sensibilità territoriale orientata al massimo. E da questa vendemmia completiamo la conversione al biologico. L’annata? E’ di buona produttività, spero sia buona annata per le muffe nobili».

Novità in cantiere?
«Recentemente ci siamo trovate con colleghe per presentare i vini secondo un orientamento femminile. In Romagna le cantine sono tante, ma con questo gruppo riusciremo a faremo qualcosa di bello. In autunno vogliamo fare altre degustazioni, per fare fare un po’ di rumore su messaggi diversi del Sangiovese. Le donne hanno una sensibilità diversa. E’ bello sentire nuove storie».