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UN GIRO di tango. Anzi tre. E tutti in Toscana: si ferma qui – in questo fazzoletto di colline pettinate a vigne incastonate tra l’Arbia, l’Orcia e il Tirreno – l’Italia secondo Alejandro Bulgheroni. Famiglia di origini comasche alla terza generazione in Sudamerica, 74 anni, un business nel petrolio e nelle energie che gli vale secondo la rivista Forbes un posto tra i 60 uomini più ricchi al mondo con un patrimonio stimato in 3,5 miliardi di euro. Ma con un grande, immenso amore: la terra. Da coltivare col massimo rispetto, per la terra – le 6 tenute italiane sono tutte rigorosamente biologiche, prima ancora nei sistemi e nei trattamenti – e più ancora per chi la lavora. Con un raro senso dell’umiltà non ha esitato a capire quando sia fondamentale per i popoli del suo Sudamerica: in Uruguay dove dimora e in Argentina dove ha sede il suo impero, ha comprato distese di terra immense e ci ha piantato coltivazioni vastissime, frutteti e cereali, ciliegie e mirtilli. «La passione e i progetti partono da zero», così spiega il suo coerente senso del sociale il motto citato da Stefano Capurso, direttore generale di Alejandro Bulgheroni Family Vineyards Italia, per raccontare l’uomo e il tycoon. Capurso è uno dei due personaggi a cui Bulgheroni ha affidato la sua corporate in Italia: l’altro è Enrique Almagro, spagnolo, oggi presidente ma conosciuto sui banchi dell’università.

RISPETTO per le persone, amore per i gioielli. Della terra, certo. Ed eccole qua, le gemme di un diadema che abbraccia tre continenti: da Sierra Foothills in California alla Francia, dall’Australia alla Patagonia e naturalmente l’Uruguay (Bodega Garzon) e l’Argentina (Vistalba e Argento, le tenute). Ciascuna con le sue specifiche, certo: la Patagonia sarà la terra degli spumanti, Chateau Suau a Bordeaux la chiave per aprire le porte del mercato cinese. E poi i brillanti. Toscana, un giochino da 125 milioni. A Dievole (Siena), nel cuore del Chianti Classico in comune di Vagliagli, sulle strade dell’Eroica, un borgo antico – «Dio vuole», è l’etimo – di cui si parlava già poco dopo il Mille, tirato a lustro fino a farne un resort di lusso con la possibilità di associarsi a un originalissimo Wine Club (e oltre la collina l’altra azienda, Le Due Arbie, più «bianchista»): 180 ettari, 600mila bottiglie di vino.

A MONTALCINO, anche qui due tenute: c’è Podere Brizio, pure vocato anche all’ospitalità, ma qui siamo nel profilo dell’agriturismo, e c’è Poggio Landi, che era di Stefano Cinelli Colombini, gente che mastica uva e vino da secoli, in tutto circa 40 ettari per 135mila bottiglie. E infine il mare, Bolgheri, la Terra Promessa, l’ultima arrivata nel 2016: un’altra accoppiata, Le Colonne e Tenuta Meraviglia, collinette dolci appena a ridosso della vecchia Aurelia, tra le vigne più vicine al mare, erano dei fratelli Antinori, 100mila bottiglie. In tutto sono 800mila per un fatturato di 5 milioni, le etichette intanto sono passate da 4 a 27, ma l’obiettivo, ammette Stefano Capurso, è ambizioso, 2 milioni e mezzo di bottiglie. Tutte bio, e in cantina non c’è l’ombra di una barrique: tini di cemento e botte grande, in pieno accordo con l’enologo Alberto Antonini, coadiuvato da un manipolo di ragazzi in gamba. «Eleganza e tradizione», spiega Capurso. I muscoli li lasciano ad altri.