Un calcio al razzismo
Un calcio al razzismo

Quand’eravamo bambini, i giocatori di colore erano pochi. Ricordo Jair nell’Inter, Canè nel Napoli, Nenè nel Cagliari, Amarildo nella Fiorentina. Mentre non ricordo - perché non c’è niente da ricordare - insulti razzisti. Jair, a Milano, era chiamato «el negher», ma in un modo talmente affettuoso che nessuno ci vide mai nulla di offensivo. È vero che quello era il tempo in cui negli stadi perfino le curve erano popolate da una sorta di cherubini del tifo, con striscioni sui quali si leggeva «forza», «evviva», «abbasso»; mentre poi tutto si è esasperato, incattivito. E però è solo degli ultimi anni questa deriva orribile, questo insultare, offendere, ferire qualcuno per la sua pelle. Sembra un paradosso: quando il giocatore di colore era un’eccezione, nessuno ci faceva caso; ora che è una presenza diffusa, dà fastidio. Perché? Il mondo 
del calcio è diventato razzista? Oppure sono gli italiani, a essere diventati razzisti? Né l’una né l’altra cosa, crediamo: i razzisti, nelle curve come nella vita, sono una minoranza. Ma una minoranza rumorosa, aggressiva, invadente: e a questa minoranza occorre dare un calcio. Anche sospendendo le partite, anche fermando campionato; sicuramente educando i piccoli calciatori nei loro campetti, educandoli non direi neanche al rispetto, perché il termine “rispetto” già implica una diversità: educandoli, dunque, a prendere atto di un’elementare realtà, e cioè che nessuno è straniero al mondo. Ma forse, più che i piccoli, vanno educati gli adulti. Noi cerchiamo di dare, con questo inserto speciale, il nostro piccolo contributo. Buona lettura.