Gabriele Gravina, Presidente FIGC
Gabriele Gravina, Presidente FIGC

"Ogni Nazionale sarà ospitata in un istituto i cui alunni vivranno a contatto con i giocatori, ne impareranno l’inno, un po’ la lingua e la cultura"

NATO A Castellaneta (Ta)
ETÀ: 66 anni
RUOLO: Presidente Federazione Italiana Giuoco Calcio

Presidente Gravina, dopo il caso Koulibaly, lei ha introdotto nuove norme e modalità di intervento sul terreno di gioco. Ha incassato qualche critica, ma sono arrivati i complimenti del presidente Uefa Aleksander Ceferin.
«Mi ha fatto molto piacere che lo abbia fatto pubblicamente. Riceverli in occasione del discorso di insediamento davanti a tutti i delegati europei è stato motivo di grande soddisfazione, una di quelle che ti danno la spinta ad impegnarti sempre di più».
Però c’è una diversità di vedute tra pallone e governo sulle possibili soluzioni nei casi di razzismo, ci riferiamo, ad esempio, alla chiusura degli stadi o se sia giusto o no interrompere le partite. È così difficile trovare un punto di incontro?
«Ho sempre mantenuto separati calcio e politica. Il ministro dell’Interno è il mio interlocutore di riferimento per ordine e sicurezza e il suo punto di vista è necessariamente legato al terreno di sua competenza. Il mio, invece, riguarda il rettangolo di gioco e i miei riferimenti diretti sono Uefa e Fifa».
Lei ha snellito l’iter dei ‘warning’ degli speaker negli stadi e ha introdotto un concetto rivoluzionario: se il tifoso per bene si dissocia e lo dimostra, niente più stadi o settori chiusi.
«Se noi continuiamo a dire che bisogna sanzionare e basta ci allontaniamo dagli obiettivi. Ho preso spunto anche dalle indicazioni del governo, in particolare da ciò che auspica il ministro dell’Interno Salvini e cioè che non si può chiudere uno stadio punendo un’intera comunità per colpa di pochi scellerati. E così si è deciso di introdurre il principio di premialità dei tifosi ‘buoni’».
Il primo esempio è arrivato con Inter-Bologna del 3 febbraio. Gli ‘scellerati’ ci hanno riprovato con Mbaye ma stavolta niente stadio chiuso. Spieghiamo perchè?
«Certamente. Nei minuti finali sono arrivati odiosi buu razzisti e, con le regole precedenti, ci sarebbe stato il provvedimento che avrebbe penalizzato club e tifosi virtuosi. Invece, i fischi di disapprovazione della quasi totalità del pubblico del Meazza che ha isolato gli scellerati, ha rappresentato un fatto decisivo, perchè il giudice sportivo applicando la nuova normativa, ha premiato la dissociazione da certi fatti, facendo scattare la circostanza esimente».
Allora è vero che qualcosa si può fare.
«Beh, se alla prima gara dopo l’introduzione della nuova norma capita ciò che è accaduto durante Inter-Bologna, significa che siamo sulla strada giusta».
Quindi, la ricetta è quella del tifoso attivo, vigile e partecipativo sul percorso di responsabilità rispetto a certi fenomeni.
«Certo. Se noi diciamo ai nostri giovani, ai tifosi sani: ‘ragazzi siete voi le vere sentinelle dei principi etici, morali di educazione e formazione’ contro la discriminazione razziale e territoriale, stiamo assolvendo al nostro compito».
I casi Koulibaly o Mbaye rappresentano la punta dell’iceberg di un fenomeno che però, si verifica anche nel calcio giovanile. Gli insulti razzisti o i casi di discriminazione si moltiplicano ed è chiaro come i fatti di cronaca quotidiana si riflettano sui nostri ragazzi. Il calcio come può intervenire?
«Il calcio può fare tantissimo. Io ricordo i tempi in cui a scuola si studiava educazione civica... In ogni caso, oltre all’esempio che deve dare la scuola, ci sono altre modalità e la Federazione le ha attivate tutte: comunicazione visiva, spot di sensibilizzazione, eventi mirati, con lo scopo di entrare proprio all’interno delle scuole».
Ci faccia un esempio.
«Certo. Durante i prossimi Europei Under 21 partirà il progetto ‘Tifiamo Europa’. Le undici finaliste che arriveranno in Italia, saranno ospitate da altrettanti istituti scolastici e ognuna di queste squadre ‘contaminerà’ i nostri ragazzi. Gli alunni dovranno impararne l’inno nazionale, studiarne cultura, usi, costumi e altro ancora di quel determinato Paese. Questo è un modo per aprire il mondo del calcio alla conoscenza. Questa è la parola chiave: conoscenza».
Iniziativa molto bella, in effetti.
«Guardi, noi non siamo per il calcio autoreferenziale, quello che punta solo a buttare la palla dentro e basta. E quindi, il più forte è quello che fa più gol. No, per me quello più forte è quello che abbina il principio della competizione sportiva alle buone regole di civiltà, rispetto e convivenza».
Ha scelto una via molto complicata, assumendosi grandi responsabilità. Sa come funziona in questo Paese no? La critica non dorme mai.
«Sono fatto così, inseguo l’efficacia, non il facile consenso. Io, lei, il suo giornale, dobbiamo spiegare agli uomini di domani la differenza tra tifo buono e comportamenti inaccettabili. E se non lo faremo saranno quelli che faranno ‘buuu’ al figlio di Koulibaly. Perché è vero che lo stadio è lo specchio del contesto sociale, ma perché non provare ad attivare il principio contrario, partendo dallo stadio per insegnare educazione, rispetto e principi sani?».
Già, perchè no?