Damiano Tommasi, Presidente AIC
Damiano Tommasi, Presidente AIC

"Inutile parlare di responsabilità oggettiva: la tecnologia c’è per individuare chi insulta, seguiamo l’esempio inglese"

NATO A Nato a Negrar (Vr)
ETÀ: 43 anni
PROFESSIONE: Presidente Associazione Italiana Calciatori

«Giocatore reagisce ad insulto razzista e viene espulso». No, non si tratta di Koulibaly a Milano ma di Kader Kam, ivoriano di origine e da 15 anni residente a Vigevano. La gomitata l’ha data all’avversario che l’avrebbe insultato. È una notizia comparsa qualche giorno fa su un quotidiano nazionale e non si parla di calcio, si tratta di una partita di Serie C di Basket.
L’Italia è razzista? Nel calcio c’è razzismo? Negli stadi c’è razzismo?
Il tema è se in Italia ci sia o no un problema di razzismo. Io credo di sì.
Il piccolo trafiletto recita testualmente “Kader Kam, ivoriano di origine ma da 15 anni residente a Vigevano” e quel ‘ma’ la dice lunga su come viene affrontato il tema. Un insulto razzista è razzista a prescindere da dove e quando sei nato. Il tema diffuso è immigrato problema, africano (e quindi nero) immigrato, africano diventa problema e sottolineare che da 15 anni risiede a Vigevano dovrebbe esentare Kader Kam dalla considerazione negativa.
È molto fluida la percezione nei confronti di chi non è come noi e questo si trasferisce all’interno degli stadi dove apparentemente tutto è possibile e catalogabile in sfottò o ragazzata.
La questione, quindi, diventa una scelta. Da che parte vogliamo stare?
Dalla parte di chi considera insulti, razzisti e non solo, minacce e violenza come corollario inevitabile e da gestire o di chi li considera fenomeni da escludere dal nostro sport/spettacolo?
Vogliamo stare dalla parte di chi scrolla le spalle e “so’ ragazzi...” per cui si perdonano le bravate, si zittiscono con qualche applauso e con una multa (litigando su chi la deve pagare) oppure diventiamo intolleranti con gli intolleranti e cerchiamo di creare un ambiente dentro e fuori dal campo più ‘normale’ e semplicemente più rispettoso?
Dobbiamo decidere se a fare cori razzisti o ad insultare gratuitamente per lunghi tratti delle partite sono pochi o sono tanti. “Non si possono penalizzare 30.000 persone per poche decine di ‘delinquenti’ altrimenti le società diventano ricattabili”. Se sono pochi sono individuabili, se ricattano idem e quindi perseguibili, se sono tanti, invece, il problema non è più di qualche ‘delinquente’ e dobbiamo prenderlo un po’ più sul serio.
Come vogliamo vivere le partite, il calcio, lo sport? Come Associazione Italiana Calciatori da cinque anni presentiamo un report, ‘Calciatori sotto tiro’, con uno scopo principale, quello di ribadire che ‘non è normale’. Ribadire il concetto prima di tutto agli attori bersaglio di insulti, minacce e intimidazioni è un processo lungo e non ancora completato. Mettere insieme annualmente i casi registrati dalla cronaca e dal giudice sportivo, non solo in Italia, dipinge un quadro sconfortante per chi vorrebbe parlare di uno sport e di uno spettacolo.Un quadro che abbiamo tutti l’obbligo di migliorare.
Ho sempre detto che a mio avviso ad uscire deve essere chi sbaglia e lo ribadisco. Il dibattito se continuare le partite o meno credo sia legittimo ma il concetto deve essere un altro: che non si va avanti finché non cambia il clima, non si zittiscono gli insulti, non si espelle chi non rispetta le regole.
Per fare questo bisogna avere le regole, e ci sono, individuare i colpevoli, e vedi sopra a maggior ragione se sono pochi, ma soprattutto servono coraggio e chiarezza. Questo è il cambio di passo che si impone oggi.
Stesso quotidiano di cui parlo all’inizio, stesso giorno, pagina successiva.
“Mimano lo schianto: arrestati. In manette due tifosi inglesi che irridevano Emiliano Sala”. Southampton-Cardiff, partita in casa dei Saints contro la squadra nella quale avrebbe dovuto giocare Emiliano Sala tragicamente scomparso nell’incidente aereo di qualche settimana fa. Non si è discusso di responsabilità oggettiva, di pochi che danneggiano molti, di sfottò o razzismo, di generalizzazioni o ragazzate, di Daspo, di ricorsi o attenuanti.
In attesa di sapere se siano perseguibili o meno dalla giustizia il club di casa li ha espulsi per i prossimi tre anni dal proprio stadio, il St.Mary’s, scegliendo quali tifosi avere.
Coraggio, idee chiare, tecnologia e voglia di un calcio diverso.
(Ha collaborato Paolo Franci)