Claud Adjapong, Difensore Sassuolo
Claud Adjapong, Difensore Sassuolo

"I miei genitori sono arrivati nel ‘92 in Italia: ho due sorelle, Antonella lavora a Londra nel turismo e Silvia sta laureandosi in Giurisprudenza"

NATO A Modena
ETÀ: 21 anni
SQUADRA: Sassuolo
RUOLO: Difensore

Era il primo di ottobre del 2017, dalla curva nord dell’Olimpico partono dei ‘buu’ razzisti all’indirizzo di due giovani calciatori del Sassuolo, Claude Adjapong e Alfred Duncan, cori poi puniti con due giornate di squalifica al settore occupato dai sostenitori laziali.
Un episodio che non ha turbato lo stesso Adjapong, lui che è un esempio concreto di integrazione.
Nato a Modena il 6 maggio del 1998 da genitori del Ghana, si è formato calcisticamente nella squadra della Madonna di Sotto alla periferia di Sassuolo, prima di approdare nel club neroverde dove, dopo tutta la trafila nelle giovanili, è arrivato in prima squadra con Di Francesco debuttando a Torino con la Juve quando non aveva ancora 18 anni.
La sua è la storia di un ragazzo di colore dalle idee chiare, con la testa sulle spalle e un sogno: vestire la maglia della nazionale maggiore.
Claude, ricorda quei cori di Roma?
«Da quando sono bambino, mi sono sempre abituato a non ascoltare ciò che succede fuori dal campo. Sinceramente non me ne ero accorto. Io sono italiano e certe cose sono difficili da capire».
Ma secondo lei qualcosa sta cambiando?
«Qualche ignorante in giro c’è sempre. Quella del razzismo è una malattia difficile da guarire, basta vedere ciò che è successo in Inter – Napoli con Koulibaly. E pensare che siamo nel 2019 non nel medioevo».
Si è mai sentito discriminato nel suo percorso da calciatore?
«Mai. A livello giovanile avere compagni di squadra di colore è normale e nessuno ci fa caso. E anche oggi nel Sassuolo non ci scherziamo nemmeno su questo argomento».
E il suo processo di integrazione nella vita di tutti i giorni come è avvenuto?
«Nella più totale normalità. A scuola, con gli amici, negli spogliatoi, nessuno mi ha mai considerato diverso dagli altri».
Lei è nato a Modena da genitori ghanesi.
«Mamma e papà arrivarano a Sassuolo nel 1992 per cercare lavoro. Qui siamo nati io e le mie due sorelle, Antonella che studia e lavora a Londra nel campo del turismo, Silvia prossima a laurearsi in giurisprudenza. Sono brave. Io sto studiando per conseguire la maturità perchè il diploma è utile».
Una bella famiglia, ma all’inizio non sarà stato facile.
«Per niente. Non avevano grandi possibilità economiche con tre figli da mantenere. Io sarò sempre riconoscente nei confronti dei miei genitori, papà Artur e mamma Marta. Hanno fatto grandi sacrifici e se mio padre non mi avesse iscritto a 5 anni alla scuola calcio, forse adesso farei altro».
È vero che ha comprato casa per tutta la famiglia con i primi guadagni nel calcio?
«Diciamo che sono serviti per sistemarci e restare tutti vicini. Sì ho comprato casa a Sassuolo, al piano di sopra vivono i miei genitori, sotto io e la mia fidanzata».
Lavorano mamma e papà?
«In questo momento no. A mamma ho detto, rimani a casa, riposati un po’. L’azienda di mio padre è fallita e adesso è fermo. Fino a quando potrò, ci penserò io a sostenerli. Voglio ringraziarli così, per tutto ciò che hanno fatto per me e per le mie sorelle. Mio padre veniva a prendermi a scuola, mi portava all’allenamento, tornava a lavorare e poi mi riportava a casa. Non è stato semplice per lui».
Concetti importanti per un ragazzo di soli 20 anni.
«Sono cresciuto con questa mentalità. Mi costa pochissimo. E poi loro sono i miei primi tifosi. Voglio sedermi sul divano, guardarli negli occhi ed essere sereno insieme a loro».
Lei ha bruciato tutte le tappe: più giovane del Sassuolo ad esordire e a segnare un gol in serie A, oltre a debuttare in Europa League sempre con la maglia neroverde.
«Un sogno che si è realizzato, Facevo il raccattapalle quando la prima squadra giocava prima al Ricci e poi al Braglia. Vedevo e applaudivo Magnanelli e Missiroli con i quali poi mi sono ritrovato a dividere lo spogliatoio. Il massimo per un ragazzo arrivato nel Sassuolo a 10 anni, grazie a Gianni Soli».
Ricorda la sua prima gara nella massima serie, 11 marzo 2016 ?
«Quando Di Francesco mi disse di entrare, le gambe tremavano, non riuscivo nemmeno a mettere i parastinchi. Eravamo a Torino contro la Juve.....Il mister lo ringrazierò per sempre».
Le hanno mai chiesto di giocare con la nazionale del Ghana?
«Se ne è parlato, ma io mi sento italiano, sono italiano. Ho giocato nelle varie nazionali giovanili, adesso spero di essere chiamato con l’under 21, è l’anno degli europei che si giocheranno in Italia e anche in Emilia Romagna. Ci spero tanto. Poi in futuro il massimo sarebbe indossare la maglia dell’Italia dei grandi. Ho già preso parte ad uno stage lo scorso anno. È il mio sogno e di tutti i ragazzi italiani. Indipendentemente dal colore della pelle».