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La moda sostenibile riduce i consumi e sfrutta l’agricoltura rigenerativa

Tendenza / Anche in questo settore si sta sempre più sviluppando il concetto di circolarità, dalla fase di produzione alla nuova vita degli abiti usati

L’upcycling: realizzare capi con materiali di scarto o abiti usati
L’upcycling: realizzare capi con materiali di scarto o abiti usati

Produrre col minimo spreco di materiale e consumo di energie abiti destinati a durare a lungo e fatti di materiali che, quando non più utilizzabili, possano essere reintrodotti nell’ambiente naturale senza inquinare è quanto sta accadendo in diverse industrie della moda, che stanno prendendo sempre più coscienza di quanto loro cattive abitudini abbiano avuto negative conseguenze sull’ambiente (è stato stimato, ad esempio, che il settore moda consumi annualmente 1500 miliardi di litri d’acqua). La circolarità, dunque, è entrata anche in questo settore a partire innanzitutto dalla produzione dei capi, con la ricerca di materie prime per la realizzazione dei tessuti provenienti da un’agricoltura rigenerativa e con miglioramenti green dei processi produttivi. Se il second hand (dai mercatini dell’usato alla diffusione su larga scala del vintage), poi, è ormai una realtà consolidata, sta aumentando anche l’upcycling, ossia la realizzazione di capi davvero unici con materiali di scarto o abiti usati.

Raccolta differenziata dei rifiuti tessili
Bando / Il PNRR incentiva la costruzione di textile hubs a impatto 0
In applicazione delle direttive europee sull’economia circolare, la raccolta differenziata dei rifiuti tessili diverrà obbligatoria a livello europeo nel 2025, ma in Italia, secondo lo schema del recepimento della direttiva europea, è diventata obbligatoria da gennaio 2022. Obiettivo della direttiva europea è diminuire l’impatto ambientale e incentivare riutilizzo e riciclo (secondo la Commissione e il Parlamento UE, il settore è responsabile del 10% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra) e se la raccolta urbana del tessile ha in Italia una sua tradizione - ed è un buon punto di partenza -, tuttavia non tutte le amministrazioni comunali sono pronte per permettere ai propri cittadini di adempiere a tale obbligo. Non è solo, infatti, la presenza di un cassetto ad hoc che permette la raccolta differenziata del tessile, ma deve anche essere ben allestito un sistema strutturato che impedisca che essi finiscano in discarica o vengano inceneriti e che veda protagonisti anche i produttori dei capi rendendoli responsabili dell’intero ciclo di vita del prodotto, compresi quindi del suo ritiro, riciclo e smaltimento finale. Per ottimizzare quest’ultimo occorre, inevitabilmente, anche un potenziamento degli impianti in grado di recuperare materia dagli scarti tessili; ecco, dunque, che il PNRR ha stanziato 150 milioni di euro per la costituzione di textile hubs a impatto zero.

Materiali
Il futuro delle fibre è il kapok
Leggera, elastica, ma soprattutto green: è il kapok, fibra ricavata da un albero molto diffuso in Sud America, la Ceiba pentadra (o Ciba). I suoi frutti sono molto simili a quelli del cotone e da essi si ricava il kapok, la cui estrema leggerezza (viene anche chiamata lana vegetale) lo rende perfetto sostituito, ad esempio, delle piume d’oca per le imbottiture di cuscini e materassi, e, grazie ai moderni sviluppi delle tecniche di filatura, alcune aziende della moda ecosostenibile lo stanno utilizzando anche per la produzione di pantaloni. Il kapok, infatti, è una fibra non solo leggerissima, ma anche molto resistente e che gestisce ottimamente l’umidità, oltre a essere totalmente ecosostenibile e raccolta a mano dai baccelli: è, difatti, una fibra biologica che cresce spontaneamente in foreste incontaminate (non necessita dunque di coltivazioni intensive), senza pesticidi o fertilizzanti.

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