di Alessandro Malpelo

In Italia il 40% dei nuovi casi di tumore sarebbe potenzialmente evitabile migliorando comportamenti alimentari e abbandonando certe cattive abitudini. Grazie a sani stili di vita, agli screening, alle diagnosi precoci, ai progressi della chirurgia, della radioterapia e al ricorso a farmaci di nuova concezione, cambia l’orizzonte della nostra esistenza. Ne parliamo con Stefania Gori, presidente Fondazione AIOM, prima donna medico al vertice dell’Oncologia italiana dal 2017 al 2019.

Dottoressa, partiamo da un dato oggettivo ovvero la dimensione del fenomeno. Perche la battaglia contro il cancro deve partire dalla prevenzione?

"Perché per quanto riguarda l’Italia, i fattori di rischio comportamentali e quindi modificabili sono responsabili ogni anno di circa 65mila decessi di carattere oncologico. Nei due sessi il tabacco è il fattore di rischio con maggiore impatto, cui sono riconducibili, secondo studi correnti, almeno 43mila decessi annui per cancro. Il fumo viene associato all’insorgenza di 17 tipologie di cancro diverse, non solo del tumore del polmone".

Cosa dicono le statistiche?

"Le stime relative ai nuovi casi di tumore maligno in Italia sono in aumento ma questo è comprensibilmente legato in parte all’incremento costante della quota di over 65enni. Su 377mila nuove diagnosi di neoplasia su base annua, il 50% riguarda persone sopra i 70 anni di età".

Quali sono i fattori di rischio, oltre al fumo e all’esposizione agli inquinanti ambientali?

"Sovrappeso, obesità, inattività fisica, consumo smodato di alcol, diete inappropriate con scarso apporto di frutta fresca e di verdura fresca. Sappiamo che con l’adozione di stili di vita sani, equilibrati, potremmo risparmiarci qualcosa come 150mila nuove diagnosi di tumore maligno ogni anno. I cittadini devono sapere che hanno la possibilità di incidere sulla loro qualità di vita futura attraverso semplici accorgimenti. Ad esempio l’attività fisica funziona come un farmaco aggiuntivo, ma dobbiamo fare i conti con il 38% dei nostri pazienti, che ha abitudini sedentarie".

Parliamo di organi. Quali quelli che pagano il tributo maggiore?

"Polmone, colon retto, mammella, pancreas e fegato".

Dove abbiamo iniziato a registrare buoni risultati, in termini di efficacia delle campagne di prevenzione?

"Colon retto, cervice uterina e mammella, grazie agli screening, hanno dato buoni riscontri. Anche il calo dei fumatori tra gli uomini (di pari passo purtroppo con un aumento nelle donne) si riflette sulle diagnosi di tumore correlate alle sigarette".

Oltre al tumore al cervello, tristemente noto, ai tumori del sangue e alle metastasi ossee, quali distretti anatomici o apparati sono più impegnativi da trattare?

"Fegato e pancreas. Anche il polmone era difficile, ma l’immunoterapia inizia a dare frutti. Gli screening sono fondamentali, dobbiamo continuare su questa strada".

Cosa altro resta da fare?

"Esistono differenze tra macroaree in Italia, l’adesione ai programmi di prevenzione è bassa specialmente al Sud, e il divario Nord Sud va colmato. Poi c’è la prevenzione terziaria focalizzata sulle persone che hanno già avuto un tumore, 3 milioni e 600mila persone che sopravvivono dopo la diagnosi. L’adesione a stili di vita sani, oltre alle terapie, riduce l’eventualità di una recidiva".

Ottobre è il mese dedicato sulle donne con tumore al seno. Novembre è incentrato sulla prevenzione in urologia: rene, vescica e prostata. Nel sesso femminile dove dobbiamo ancora rivolgere la nostra attenzione?

"Merita una riflessione il carcinoma ovarico. Più di cinquemila donne in Italia ogni anno ricevono una diagnosi di tumore dell’ovaio. In quasi otto casi su dieci la malattia viene scoperta in fase già avanzata".

Che cosa sappiamo dalle ultime ricerche?

"Per quanto riguarda l’ovaio abbiamo visto che un quarto delle nostre pazienti sono portatrici di mutazioni BRCA1 BRCA2, e sappiamo che una terapia di mantenimento con farmaci orali, gli inibitori di Parp, determina lunghe sopravvivenze sia nelle pazienti mutate sia in quelle non mutate. Nel caso invece del tumore cerebrale, in particolare nel trattamento del glioblastoma, quello più ricorrente, con percentuali di recidiva molto elevate, i medici hanno oggi a disposizione un altro farmaco".

Abbiamo detto tanto del tumore della mammella, ora si parla sempre più diffusamente del gene Jolie, che prende il nome dalla celebre attrice americana.

"Sono circa 14mila le pazienti vive in Italia dopo la diagnosi di tumore al seno con mutazione dei geni BRCA. In questi casi fondamentale è anche la prevenzione sugli altri componenti della famiglia. L’esecuzione del test genetico al momento della diagnosi permette di identificare la mutazione a cascata nei familiari sani, prima che sviluppino la malattia".

Una considerazione sulle cure anticancro più recenti?

"In Italia, in media, servono più di due anni per accedere ai nuovi farmaci oncologici innovativi. Tempi che si allungano perchè le Regioni regolamentano l’accesso sulla base di prontuari terapeutici, spesso uno differente dall’altro. I tempi di approvazione sono lunghi, va garantita la disponibilità delle terapie senza ritardi".