Uno degli effetti collaterali del coronavirus è quello di aver fatto scoprire in massa agli italiani lo smart working, la possibilità di lavorare da casa o, comunque sia, fuori e lontano dall’ufficio. Tanto che la semplificazione temporanea del ricorso allo strumento nelle regioni del Nord coinvolte dall’emergenza sanitaria potrebbe fare da prova generale per un intervento più strutturale che faccia decollare la formula anche in Italia. Ci contano le aziende e gli stessi sindacati non sono contrari. Ci punta, d’altra parte, anche il Ministro della Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone, che, oltre alla direttiva per le aree a rischio del Settentrione, ha annunciato una vera rivoluzione per la diffusione dello strumento, oltre che di altre forme di flessibilità lavorativa, tra i dipendenti pubblici. Una prospettiva che, mettendo nel conto anche i lavoratori privati, potrebbe riguardare nel nostro Paese circa 8,3 milioni di addetti, secondo le stime della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro.

A tirare fuori dal cassetto degli addetti ai lavori lo smart working è stato il governo nel primo decreto legge dell’emergenza. Nel provvedimento si prevede la possibilità per le aziende di sei regioni italiane (Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte, Veneto e Liguria) di far lavorare i propri dipendenti in modalità «agile» senza un accordo preventivo con il lavoratore (previsto dalla legge del 2017) fino al 15 marzo in modo da evitare la diffusione del contagio. La richiesta può arrivare anche dal lavoratore delle zone interessate all’azienda che però può rifiutarsi per «motivate ragioni organizzative».

Il «lavoro agile», secondo la legge che lo ha regolamentato, è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato «con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici» che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro. Ma deve basarsi sulla volontarietà e sull’accordo tra le parti: due aspetti che le norme provvisorie eliminano fino al 15 marzo.

Ma la novità emergenziale ha fatto riscoprire una soluzione che potrebbe rivelarsi utile anche in maniera più strutturale: lo ha sottolineato in questi giorni il «padre» del provvedimento, Maurizio Del Conte, primo presidente dell’Anpal, tornato in Bocconi qualche mese fa. E lo rammenta Emmanuele Massagli, Presidente di Adapt (il centro studi fondato da Marco Biagi): «La speranza è che questa situazione diventi una occasione per comprendere meglio come modificare la legge del 2017 perché sia più adeguata a regolare le tante modalità di lavoro a distanza che la tecnologia attuale rende facilmente praticabili, come dimostrato dalle tante aziende che in poche ore hanno chiesto ai loro dipendenti di lavorare da casa».

Ma quanto è diffuso lo smart working in Italia? A offrire l’ultima radiografia aggiornata è il Rapporto dell’Osservatorio specifico del Politecnico di Milano: gli smart worker sono ormai circa 570mila, con una crescita del 20% rispetto al 2018. Lo scorso anno la percentuale di grandi imprese che ha avviato al suo interno progetti di smart working è del 58%, con un 7% di imprese che ha già attivato iniziative informali e un 5% che prevede di farlo nei prossimi dodici mesi. La diffusione dello strumento resta, al contrario, più limitata tra le piccole e medie imprese (siamo al 12 per cento) e nelle pubbliche amministrazioni, che però vedono un incremento significativo negli ultimi dodici mesi, dall’8 al 16 per cento. Nel complesso, però, secondo i dati Eurostat, siamo ben lontani dagli altri Paesi europei: il 2 per cento in Italia contro l’11,6 dell’Europa, mentre nel Nord Europa si supera in alcuni casi (Svezia e Olanda) il 30.