Roy de Vita
Roy de Vita

È UN PUNTO DI RIFERIMENTO a livello mondiale, Roy de Vita, uno fra i più conosciuti chirurghi plastici italiani. Primario a soli 44 anni, dal giugno del 2002 è al timone della divisione di Chirurgia Plastica dell’Istituto dei Tumori di Roma Regina Elena, impegnato a promuovere un nuovo modo di affrontare la chirurgia plastica ricostruttiva: una vera ’rivoluzione’ dalla parte delle donne.

Mosca, Buenos Aires, San Paolo... Professore: come e cosa sta cambiando?

«Cominciamo col dire che il mio principale campo di interesse è la chirurgia mammaria. Settore nel quale davvero sono stati fatti enormi progressi. Ho messo a punto una tecnica che davvero ha avvicinato in maniera incredibile la chirurgia ricostruttiva a quella estetica. La necessità aguzza l’ingegno e il problema si è presentato fortemente con le pazienti predisposte geneticamente all’insorgenza del tumore. Queste pazienti hanno aspettative di risultato estetico altissime. Direi irrealistiche».

  • IL PROFILO
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Roy de Vita è nato a Napoli il 16 novembre 1957 e si è laureato in Medicina nel 1981 con 110 e lode. Primario della divisione di Chirurgia plastica dell’Istituto dei tumori di Roma Regina Elena, ha una casistica operatoria personale di oltre 10 mila interventi chirurgici eseguiti da primo operatore, ed è fra i componenti del Consiglio superiore di sanità, massimo organismo consultivo del ministro della Sanità, in qualità di esperto per la disciplina Chirurgia Plastica. Divulgatore amato dal grande pubblico portando in Italia per la prima volta la fenomenologia della chirurgia plastica con ’Diario di un Chirurgo’ su Real Time nel 2010

Non avendo la malattia, pensano che l’intervento sia come quello di una mastoplastica additiva, dove si mettono “semplicemente” delle protesi?

«Esattamente. Ma per fare una chirurgia che porti realmente a una riduzione del rischio devono invece subire un intervento in tutto e per tutto identico a quello delle pazienti con tumore. Quindi fortemente invalidante da un punto di vista estetico. Questa nuova tecnica che ho descritto e pubblicato, pur rispettando i criteri di sicurezza oncologica consente invece di ottenere risultati estetici bellissimi».

 Il post-operatorio?

«È meno pesante, inoltre molti limitazioni funzionali legate all’azione del muscolo pettorale sono state azzerate».

DIVULGAZIONE IN TV «Con ‘Bisturi’ nel 2004 volevo far capire che è il chirurgo a decidere cosa è bene per il paziente»

Lei ha intuito l’importanza dei media, avviando una campagna sulle problematiche della chirurgia plastica e ricostruttiva anche in tv, portando in Italia per la prima volta il programma ‘Diario di un Chirurgo’ su Real Time nel 2010. Lo rifarebbe?

«Il mondo gira veloce. Fino a pochi anni fa la televisione era il mezzo che ti consentiva la più ampia divulgazione. Oggi ci sono i social. Se tornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto perché, contestualizzata nel momento storico, era la cosa più efficace da fare».

Forse la sua mission era sfatare un falso luogo comune che spesso adombra la sua professione, rilanciando l’importanza del suo messaggio anche in ‘Bisturi’ andato in onda nel gennaio 2004 su Italia 1: è servito?

«Sono molto orgoglioso di aver fatto ‘Bisturi’. È stata un’intuizione da pionieri. All’epoca una cosa totalmente dirompente e infatti scatenammo polemiche tanto che si facevano talk show per discuterne. Avevamo dati di ascolti impressionanti. Fino al 17% di share! Cose oggi inimmaginabili. Abbiamo fatto addirittura un intervento chirurgico in diretta! E le posso garantire che per fare una cosa del genere ci vuole anche una bella dose di coraggio da parte di chi lo fa. Si può trasformare in un boomerang mediatico irreparabile. Imposi agli autori dopo estenuanti trattative di inserire anche dei no. La paziente poteva anche non essere operata se ritenevo che non ci fossero le condizioni per farlo. Volevo che passasse il concetto che non si va dal chirurgo plastico come dal pizzicagnolo dove si ordina ciò che si preferisce e l’unica opzione prevista e che si venga serviti. Direi quindi che è stata utile».

  • DEONTOLOGIA E PROFESSIONALITÀ
  • Prima regola: l’interesse delle pazienti mai ‘suggerire’ interventi non richiesti
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«Nella professione del medico i soldi sono un pessimo “driver”. Si finisce per fare scelte commerciali che mal si addicono a questa professione». Parola di Roy de Vita. «Se fai il tuo mestiere con professionalità le pazienti se ne accorgono e ti premiano con un positivo passa parola che ti consente di lavorare di più e di guadagnare bene - riprende il chirurgo - . I soldi arrivano ma sono il risultato finale e non la guida iniziale. Ahimé devo dire che la scarsa considerazione che il mondo medico ha nei confronti dei chirurghi plastici è spesso giustificata soprattutto quando pensiamo ad alcuni chirurghi “estetici” che hanno fatto dei soldi il loro fine primario. Credo abbiano sbagliato mestiere». «Anche in chirurgia estetica si dovrebbe eseguire un atto medico - conclude - . La paziente esprime un suo disagio nei confronti di qualcosa e il chirurgo le prospetta la possibilità di correggere quel fastidio. È una malattia non organica e quindi più difficile da riconoscere ma è pur sempre una malattia. Se invece si suggeriscono interventi chirurgici non richiesti si pensa probabilmente di essere un architetto che fa progetti di ristrutturazione. Ma la medicina e la chirurgia sono certamente un’altra cosa».

Cosa ne pensa del proliferare dei programmi importati dagli States dedicati alla chirurgia plastica trasmessi e ritrasmessi anche da noi?

«Penso che abbiano rotto le scatole. È come quel cibo avanzato rimasto in frigorifero che si cerca di rivitalizzare riscaldandolo con piccole varianti. Nel 2004 era una novità assoluta. Con ‘Bisturi’ in Italia siamo stati i primi. Contemporaneamente a noi in Usa c’era ‘Extreme make over’. Ma il 2004 è quasi 16 anni fa, un’era geologica parlando di comunicazione...».

Nato in una famiglia benestante (suo padre era un professionista affermato a Napoli), avrebbe potuto godere di tutti i vantaggi che questo comporta, invece se n’è andato all’estero a farsi le ossa: quindi il sacrificio paga, professor de Vita?

«Sì. Sono nato figlio di papà. Mio padre era Otorinolaringoiatra, laureato a 23 anni e primario a 35 (del più importante ospedale pediatrico del meridione). Io avevo 7 anni all’epoca ma ricordo benissimo la telefonata che gli annunciò la vincita del concorso. È stato un professionista dalle grandi capacità umane e professionali che ha avuto un grande successo. Ha fatto crescere noi figli (ho una sorella e un fratello) negli agi e nel benessere ma con un’educazione che ci ha permesso di capire che il sacrificio è l’unica strada del successo. Mi raccomando non lo dica ai politici di oggi! (ride, ndr). Ho deciso di non fare la sua stessa specialità per evitare qualsiasi tipo di confronto e sono partito per l’estero subito dopo la laurea abbandonando la zona comfort e mettendomi alla prova. E i risultati sono arrivati. Ricordo con enorme piacere una frase di papà: ‘Una volta tu eri il figlio del prof de Vita. Oggi io sono il padre del prof de Vita’ e sentii una punta di orgoglio nel suo tono di voce».

LA STRADA DEL SUCCESSO «Sono stato educato con il principio che per arrivare servono sacrifici. E ho evitato il confronto con mio padre medico